Luca Valerio, nato a Fondi (Latina) nel 1966, conduce una ricerca artistica che si allinea alla riflessione avviata da Documenta nel 1972 con il titolo “Interrogare la realtà – Mondi dell’immagine oggi”, curata da Harald Szeemann. La sua pratica è riconducibile all’arte concettuale, caratterizzata da un rigoroso controllo formale e compositivo che mette in relazione equilibrio, rigore strutturale e tensione visiva. L’artista si distingue per la capacità di sottrarre ogni elemento dell’esperienza alla sua funzione originaria, conferendogli nuove possibilità di senso.
La Ricerca Artistica e i Suoi Temi
Questo orientamento è evidente nella serie di opere “Parole”, che pur evocando formalmente il ready-made duchampiano, si discosta da esso per avvicinarsi alla riflessione di Foster Hal nel “Ritorno del reale”. Secondo questa prospettiva, gli elementi oggettuali vengono privati della loro funzione originaria per assumere una nuova dimensione percettiva e interpretativa. Valerio non si limita a presentare il reale, ma ne mette in discussione i meccanismi di significazione, aprendo nuove letture.
Già nel 1996, in occasione della XII Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma, intitolata “Italia 1950-1990. Ultime generazioni”, Valerio espose un’opera installativa percorribile che riassumeva i temi della sua ricerca: l’attenzione verso l’oggetto, la memoria personale e la condizione effimera dell’esistenza. Nel corso degli anni, questi argomenti hanno generato approfondimenti complessi, in particolare nel rapporto tra la parola e la privazione della vita. Quest’ultimo aspetto non riguarda la morte o il suicidio in senso drammatico, ma piuttosto un senso di omissione e sottrazione che permette di interrogarsi sull’esistenza, sul passato autobiografico e sul valore degli oggetti personali. La serie “Pensieri” (2023-2024), ad esempio, è legata al concetto di logos, inteso come unità inscindibile di pensiero e parola, e presenta opere su carta bianca e nera montate su lamina di piombo, con tracce di macchina da scrivere e talvolta immagini stilizzate.
Materiali, Metodi e Spazi Creativi
La pratica di Valerio si sviluppa tra Roma e Fondi, luoghi che corrispondono a fasi distinte del processo creativo. A Roma prende forma la dimensione progettuale e concettuale della ricerca, mentre nel laboratorio di Fondi avviene la fase più pratica, legata alla meccanica, alla manipolazione dei materiali e alla costruzione dell’opera. Dal 2021, l’artista ha adibito due appartamenti a casa-studio, uno a Roma dove vive e insegna, e uno a Fondi. Lo spazio romano è concepito come un ambiente ibrido tra domestico, laboratorio e spazio espositivo, permettendo di testare la resa del lavoro. Lo studio di Fondi, invece, è destinato al magazzino e alla parte più impattante del lavoro, offrendo concentrazione e isolamento.
L’artista include spesso oggetti autobiografici nelle sue installazioni e opere di assemblaggio, come abiti, oggetti personali, giocattoli dei figli, reperti familiari, estratti da libri e mobili di uso comune, che vengono trasfigurati e “messi sotto vetro”. Le tecniche artistiche impiegate, dalla scultura alla pittura, fotografia, video, scrittura e calcografia, sono spesso declinate in maniera non convenzionale. Valerio utilizza materiali considerati “anartistici”, come il piombo, descritto come povero, pesante, malleabile, instabile e delicato, storicamente associato a idraulici, dentisti e agenzie di pompe funebri. L’uso di rivetti, tipici della meccanica, testimonia una manualità e conoscenza dei materiali approfondita.
Riflessioni sull’Identità e la Caducità
La ricerca di Valerio è sensibile ai temi dell’incomunicabilità, della fine, dell’identità e dell’anonimato. L’artista si interroga sulla definizione identitaria, in particolare quella dell’artista, e sulla natura illusoria del tentativo di cristallizzare un’immagine di sé. Questa insofferenza si riflette anche nella varietà di linguaggi e tecniche che coesistono nella sua produzione, pur mantenendo una sostanziale coerenza nel percorso complessivo.
Le tematiche complesse, come la morte, sono affrontate non in modo drammatico o didascalico, ma come strumenti critici per interrogare l’arte contemporanea. Valerio riflette sull’immortalità dell’opera d’arte e sulla possibile “morte dell’autore” (concetto espresso da Roland Barthes nel 1967) nel momento in cui la creazione vive indipendentemente dal suo creatore. Si confronta anche con l’idea hegeliana della fine dell’arte e con il rapporto tra opera, tempo e storia, temi affrontati anche da Cesare Brandi ne “La fine dell’avanguardia” (1986). L’equilibrio delle forme e l’ordine compositivo minimale caratterizzano la sua produzione, agendo da contraltare alle implicazioni tragiche dei temi e permettendo una lettura non univoca dell’opera, cercando un senso di sospensione e una modalità poetica di comunicare.
