“Hajjan, il fantino del vento”, diretto dall’egiziano-austriaco Abu Bakr Shawky, è un film che narra una storia di avventura ambientata nel deserto saudita. La pellicola è stata prodotta dal King Abdulaziz Center for World Culture, Ithra, in collaborazione con Film Clinic e The Imaginarium Films. Ha debuttato in anteprima mondiale al 48° Toronto International Film Festival nel 2023 ed è stato successivamente presentato all’Arab Film Festival di San Francisco e al Red Sea International Film Festival.
Il film segue la vicenda di Matar e Ghanim, due fratelli che vivono nel deserto dell’Arabia Saudita. Ghanim è un giovane fantino, erede di una tradizione familiare legata a un nonno leggendario. Matar, il fratello minore, non sembra inizialmente destinato a seguire la stessa strada. La trama prende una svolta drammatica quando Ghanim muore durante una corsa, a causa delle scorrettezze attribuite a Jasser, un proprietario cinico. Matar si ritrova ad affrontare il lutto e la necessità di proteggere Hofira, il cammello a cui è legato dalla nascita. Per evitare la vendita di Hofira, Matar decide di diventare un “hajjan”, un fantino, e di entrare nel mondo delle corse. Questo passaggio trasforma il film da dramma familiare a racconto iniziatico e avventura nel deserto, focalizzandosi sulla relazione tra uomo e animale.
Il legame tra uomo e cammello
In “Hajjan”, il cammello Hofira non è un semplice elemento scenografico, ma un coprotagonista. Il rapporto tra Matar e Hofira è costruito sulla fiducia, la cura e una comunicazione non verbale. Matar comprende i segnali e i tempi dell’animale, e Hofira diventa un compagno attraverso cui il ragazzo elabora il lutto e definisce la propria identità. Questo legame riflette una relazione storica tra le popolazioni del deserto e il dromedario, che per secoli è stato mezzo di trasporto, risorsa e condizione di sopravvivenza.
Il canto tradizionale dei cammellieri, noto come Alheda’a o Huda’a, è un elemento culturale significativo evocato nel film. Nel 2022, l’UNESCO ha riconosciuto l’Alheda’a, presentato congiuntamente da Arabia Saudita, Oman ed Emirati Arabi Uniti, inserendolo nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Questa forma di espressione orale, accompagnata da gesti o strumenti musicali, permette ai pastori di comunicare con i cammelli, guidandoli e radunandoli. Il ritmo del canto è legato alla poesia e a un repertorio di suoni riconosciuti dagli animali. Il film inizia con questo canto, che si fonde con il paesaggio e il movimento degli animali, mentre la musica di Amine Bouhafa contribuisce a rendere le corse momenti quasi rituali. La fotografia di Gerry Vasbenter è stata notata per la sua capacità di trasformare il deserto in uno spazio spettacolare.
Cinema e diplomazia culturale
“Hajjan” può essere interpretato anche come un’operazione di diplomazia culturale. Il film non mostra l’Arabia Saudita attraverso le sue metropoli o la ricchezza petrolifera, ma sceglie di rappresentare una dimensione ancestrale: il deserto, le tribù, la poesia, l’allevamento e le corse dei cammelli. Questa scelta narra il Paese contemporaneo attraverso immagini che richiamano un tempo remoto, facendo del cinema un “ambasciatore”.
La produzione del film da parte di Ithra, il King Abdulaziz Center for World Culture, è parte di questa strategia. Ithra è un’istituzione che promuove la cultura saudita a livello internazionale. La documentazione di Ithra stessa descrive il film come una storia profondamente radicata nella cultura locale, e la sua circolazione nei festival ha portato il racconto del deserto saudita a un pubblico globale. Questa strategia si inserisce nel quadro di Vision 2030, un processo di trasformazione che vede cultura e turismo acquisire un ruolo crescente nella proiezione internazionale del Regno. Le corse dei cammelli, pur essendo una tradizione antica, sono oggi un’industria sportiva organizzata, con eventi come il Crown Prince Camel Festival a Taif, che nel 2026 raggiungerà l’ottava edizione, includendo competizioni con fantini umani e robotici.
Il film si posiziona tra questa tradizione millenaria e la moderna macchina dello spettacolo e della promozione internazionale. La corsa, per Matar, diventa un rito di passaggio e una metafora della crescita. Non corre solo per vincere, ma per comprendere il proprio passato e costruire il futuro, scegliendo di non emulare coloro che hanno trasformato la competizione in violenza e sopraffazione, rappresentati da Jasser. La sua scelta suggerisce che la vittoria più significativa risiede nel mantenere il legame con Hofira.
Il deserto come elemento narrativo
Gran parte delle riprese di “Hajjan” sono state effettuate nella regione di Tabuk, dove il paesaggio saudita diventa un elemento narrativo centrale. Il deserto, con la sua luce, sabbia, montagne e notti stellate, costruisce un universo cinematografico che conferisce al rapporto tra uomo e animale una dimensione quasi mitologica. La fotografia di Gerry Vasbenter è stata apprezzata per la sua capacità di valorizzare la luce del deserto e di rendere le gare visivamente dinamiche.
Attraverso la storia di Hofira e Matar, il film veicola un’immagine dell’Arabia Saudita non solo come potenza energetica, ma come luogo di storia, cultura, paesaggio e patrimonio. “Hajjan” riesce a promuovere un’immagine del Paese senza apparire come uno spot turistico, diffondendo immagini di un territorio, di una tradizione e di un’identità. Dopo la sua anteprima a Toronto, il film ha continuato il suo percorso nei festival arabi e internazionali. In Arabia Saudita, è stato distribuito nelle sale nel 2024, anno designato come “Year of the Camel”. Secondo “Saudipedia”, è stato proiettato su 73 schermi sauditi per quattro settimane, per poi raggiungere altri eventi internazionali.
