Con la chiusura degli ombrelloni e lo svuotarsi delle spiagge, il paesaggio costiero subisce una trasformazione che va oltre il mero cambiamento stagionale. Questo periodo di transizione, spesso percepito come un “capodanno” non convenzionale, porta con sé una malinconia per la fine dell’estate e, al contempo, la speranza di un nuovo inizio. È un momento di bilanci e di nuovi propositi, un rito di passaggio che l’arte ha saputo interpretare attraverso diverse sensibilità e linguaggi.
La spiaggia come archivio della memoria
Quando i vacanzieri si allontanano, le spiagge si spogliano della loro vivacità estiva, assumendo un aspetto che richiama le inquadrature silenziose di Luigi Ghirri. I suoi lidi abbandonati, come quello immortalato in Marina di Ravenna del 1986, smettono di essere luoghi di svago per diventare pura poesia visiva, cornici che invitano alla riflessione. Anche le cabine, un tempo affollati spogliatoi, si trasformano in archivi della memoria, gusci privati che sembrano trattenere il calore delle confidenze estive. Un’opera come The Hut di Tracey Emin, realizzata nel 1999, evoca questa dimensione intima e solitaria, un monumento ai ricordi passati.
Mutamenti cromatici e sguardi introspettivi
L’aria si fa più tersa e il sole perde la sua intensità accecante, un mutamento cromatico che si ritrova nei paesaggi di Claude Monet. Nelle sue spiagge normanne, come in Passeggiata a Pourville del 1882, la fine dell’estate non è un trauma, ma una lenta transizione dove l’acqua assume sfumature più fredde e profonde e le imbarcazioni si diradano. Figure solitarie, come quelle immortalate da Raimond Wouda in Cuckmere Haven del 2019, si perdono in orizzonti deserti, invitando a una fantasticheria silenziosa. Questo distacco dal circostante si manifesta in sguardi intensi, protetti dagli occhiali da sole, intenti a scattare mentalmente le ultime fotografie delle vacanze. Sono sguardi che ricordano i personaggi eleganti e piatti di Alex Katz, come in Grey Day del 1992, un’estetica che congela l’attimo in un fermo immagine composto e ordinato. L’opera Amadeus (Swell Consopio) di Tacita Dean, un film in 16mm del 2008, restituisce al ritorno la dignità di un rito, una transizione necessaria per elaborare la fine della vacanza.
Il silenzio degli interni e l’essenzialità del mare
Il silenzio si estende oltre la linea della sabbia, raggiungendo le architetture costiere e le case estive. I teli mare non sono più appesi, le voci si spengono. Le stanze diventano silenziose come gli interni di Edward Hopper, ad esempio in Rooms by the Sea del 1951. Qui, la luce taglia i pavimenti bianchi e si riflette sulle pareti spoglie, e le finestre spalancate sul mare si trasformano in soglie di un’attesa solitaria che prepara al rientro. Anche gli ultimi bagnanti si congedano, ma non prima di un ultimo sguardo sul mare, ormai spoglio di tutto, essenziale. Questa visione si avvicina agli scatti di Franco Fontana, caratterizzati da linee nette e campiture cromatiche piatte, un azzurro denso e un cielo piano, privi del caos balneare e dei colori saturi. Il paesaggio perde colore fino a tornare al bianco e nero primordiale di Hiroshi Sugimoto, come in Caribbean Sea, Jamaica del 1980, dove ogni traccia umana o temporale è assente. L’esodo estivo e i suoi riti diventano così parte di un passato sfocato e dolcissimo, che prende forma in un ultimo bagno solitario, come quello che si può immaginare nel bagnante di Elger Esser ritratto di spalle in Cayeux del 2005. È in questi momenti che si riordina il proprio archivio personale, preparandosi a un nuovo “buon anno”.
