Isaac Julien a Bergamo: Il Tempo Curvo delle Immagini a Gres Art 671

scritto da Redazione
Installazione di Isaac Julien, Baltimore, a gres art 671, Bergamo

La sfida al tempo lineare

Le installazioni di Isaac Julien sono esposte a Bergamo, presso gres art 671, nell’ambito della mostra “Museum Dreams”, visitabile fino al 4 ottobre 2026. L’artista britannico esplora il concetto di tempo non lineare, un’idea che trova risonanza nella riflessione dell’architetta italo-brasiliana Lina Bo Bardi. Bo Bardi ha affermato che “il tempo lineare è un’invenzione occidentale” e che “non procede da un punto all’altro, è un groviglio”. Secondo questa prospettiva, è possibile scegliere un punto in qualsiasi momento e “inventare soluzioni senza un inizio e senza una fine”.

La fotografia, con la sua capacità di fissare un istante e di suggerire una successione di “prima e dopo”, ha offerto alla modernità un modo efficace per concepire il tempo come una serie di momenti separabili e archiviabili. Julien, attraverso l’uso di schermi multipli, “spezza” questa linearità. Le sue installazioni presentano immagini che circondano lo spettatore, rendendo impossibile cogliere tutto contemporaneamente e stabilire una sequenza temporale univoca. Il montaggio, in questo contesto, non si limita a organizzare le immagini, ma “disorganizza il tempo”.

Questa concezione si avvicina al “tempo espiralar” descritto da Leda Maria Martins, una temporalità caratterizzata da ritorni, reversibilità, dilatazioni e contrazioni, dove passato, presente e futuro possono coesistere. È un tempo che non avanza solo in avanti, ma “curva, ritorna, attraversa il corpo”, suggerendo che la memoria non è un evento passato, ma “continua ad accadere”.

Opere e concetti: dal creolo al modernismo nero

Tra le opere esposte, “Lina Bo Bardi – A Marvellous Entanglement” (2019) utilizza nove schermi. In essa, Fernanda Montenegro e Fernanda Torres interpretano Lina Bo Bardi in due età diverse, potendo apparire contemporaneamente. Questa configurazione permette alle storie di non “stare in fila”, creando un tempo in cui una donna può incontrare se stessa.

In “Vagabondia” (2000), una conservatrice di colore attraversa il Sir John Soane’s Museum, un’istituzione britannica, parlando e pensando nel creolo della madre dell’artista. Il creolo non è tradotto, ponendo il museo in una condizione di non comprensione. Quest’opera suggerisce un’alterazione dello spazio e una perdita di distanza tra passato e presente, dove il luogo destinato a conservare la storia inizia a “sognare”.

“Baltimore” (2003) è un’installazione che impiega tre schermi per esplorare la città. Un’altra opera, “Once Again… (Statues Never Die)” (2022), affronta il tema degli oggetti africani sottratti, classificati ed esposti nei musei occidentali. Julien richiama figure come Alain Locke, Albert Barnes e Richmond Barthé, e concetti quali il modernismo nero e la violenza coloniale. L’artista non propone un semplice “rewind” della storia o una restituzione che cancelli ciò che è accaduto, ma una “restituzione poetica” che permette al passato di entrare in “nuove costellazioni”, cambiando il tempo degli oggetti.

Estetica e restituzione poetica

Le immagini di Julien sono caratterizzate da una notevole bellezza estetica: sono sontuose, lente e sensuali, con colori saturi, corpi, velluti, musica, sculture e architetture. Anche di fronte alla brutalità della storia, l’artista non rinuncia al piacere visivo. L’obiettivo è sottrarsi all’idea che la violenza possa determinare per sempre la forma delle immagini che l’hanno attraversata, o che ciò che è accaduto debba decidere in modo definitivo il futuro. Questa ricerca di libertà si manifesta nel permettere al passato di interagire con nuove configurazioni temporali, dove “passato e presente si guardano”, “i morti attraversano i vivi” e “gli oggetti ricordano altri luoghi”.

Parallelamente alla mostra a Bergamo, un’altra installazione filmica di Isaac Julien, “All That Changes You. Metamorphosis” (2025), sarà presentata dal 15 settembre al 25 ottobre 2026. Curata da Lorenzo Giusti, quest’opera fa parte del progetto espositivo “Metamorfosi. Ovidio e le arti”, nato dalla collaborazione tra il Rijksmuseum di Amsterdam e la Galleria Borghese.

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