Performing PAC: L’attentato del 1993 e la ricostruzione nell’arte contemporanea

scritto da Redazione
Installation view della mostra Performing PAC al PAC di Milano

Il Padiglione d’Arte Contemporanea (PAC) di Milano ospita la mostra “Performing PAC — These fragments I have shored against my ruins”, aperta fino al 13 settembre 2026. L’esposizione si concentra sull’attentato del 27 luglio 1993, quando un’autobomba di Cosa Nostra esplose davanti all’edificio, causando la morte di cinque persone e la quasi totale distruzione del palazzo progettato da Ignazio Gardella. L’edificio fu ricostruito in modo identico nel 1996.

Il titolo della mostra riprende un verso dalla sezione conclusiva di “The Waste Land” di T. S. Eliot, che evoca l’immagine di frammenti accumulati come argine contro la rovina. Questo concetto si concretizza nell’itinerario espositivo, dove i residui rimandano a una distruzione reale: quella di un fabbricato, di una città e di una strage mafiosa. L’intento della rassegna è ancorare il tema della “ferita” a un fatto storico specifico, sottraendolo all’astrazione.

Il progetto curatoriale e il dialogo con la storia

Il progetto curatoriale, ideato da Silvia Bignami, Iolanda Ratti e Diego Sileo, si articola su due livelli. Il primo livello è costituito dall’archivio della mostra “Kurt Schwitters. Collages, dipinti e sculture 1914-1947”, presentata al PAC nel 2001. Di questa rimangono quattro opere e materiale legato al Merzbau, un’idea di assemblaggio basata su aggregazione e stratificazione che rappresenta un modo di abitare il degrado edificandovi sopra.

Il secondo livello coinvolge sette artisti contemporanei, invitati a confrontarsi con questo lessico del frammento e della ricostruzione. Lucia Marcucci contribuisce con venticinque collage realizzati tra il 1964 e il 1974, la cui Poesia Visiva utilizza slogan, immagini pubblicitarie e il corpo femminile per una critica incisiva. Thomas Hirschhorn presenta diciassette “I-nfluencer-poster” (2021) che, attraverso la ripetizione, generano una pressione iconica costante, manifestando il frammento come pratica operativa.

Artisti e interpretazioni del frammento

Roberto Cuoghi occupa il primo piano con la serie “Pepsis”, caratterizzata da disomogeneità. In questo contesto, l’opera “P(LXXXIIIPs)mm” (2024) ristabilisce una gerarchia figurativa. La coerenza del suo lavoro è affidata al pregio pittorico. Jacopo Benassi, con “Studio manifesta” (2026), assume il movimento come principio, sebbene le opere rimangano immobili, creando uno scarto tra l’enunciato e la percezione. L’installazione descrive un deposito di oggetti e relazioni.

John Bock, con “Mien-Gribbohm-Wien-Milano”, crea un ambiente attraversabile che disorienta il visitatore, richiamando la temperatura del Merzbau. La percorrenza acquisisce una qualità quasi protocollare. Gabriella Ciancimino, con “Il giardino della Chimera”, imposta uno scenario che agisce sul ritmo sensoriale. La sua grotta di cartone e pitture murali rallenta la visione e modifica la postura del visitatore senza ricorrere a una resa immersiva spettacolare.

La mostra del PAC si distingue per la sua scelta di assumere l’attentato come motore concettuale, filtrandolo attraverso il linguaggio del frammento e dell’avanguardia storica. Questa strategia si differenzia da risposte più commemorative, come quella adottata dal Museo del Bardo di Tunisi dopo l’attentato del 2015. La collettiva riesce a mantenere saldo il legame con la lacerazione reale e a evitare la retorica quando il dispositivo espositivo coincide con l’esperienza del visitatore.

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