L’opera “Elegy” di Gabrielle Goliath è esposta alla 61. Biennale di Venezia, trovando collocazione indipendente negli spazi della Chiesa di Sant’Antonin, nel sestiere Castello. L’installazione si presenta come un intervento significativo all’interno della rassegna, in linea con l’invito di Koyo Kouoh a riflettere su temi di bellezza e resilienza di fronte alla tragedia, sintonizzandosi sulle “tonalità minori” di chi genera bellezza nonostante il dolore, ripara ferite e fa riemergere melodie dalle rovine.
Il progetto di Gabrielle Goliath, che aveva già avuto una presenza nell’edizione del 2024, intreccia narrazioni complesse e dolorose. L’artista affronta il femminicidio e i crimini contro le persone queer in Sudafrica, il genocidio coloniale tedesco in Namibia e le violenze perpetrate da Israele a Gaza. Questi temi sono al centro di un’esposizione che si propone come uno spazio di memoria e lutto condiviso, un atto di caparbia resistenza che non si rassegna alla perdita e alla cancellazione.
La Genesi di un’Esposizione Indipendente
Inizialmente, Gabrielle Goliath era stata selezionata per rappresentare il Sudafrica alla Biennale. Tuttavia, ha deciso di ritirarsi dal suo incarico a seguito di ingerenze governative che miravano a condizionare il suo intervento. Il ministro sudafricano della cultura, Gayton McKenzie, aveva definito la parte del progetto relativa a Gaza come “altamente divisiva”. Preoccupato per “possibili strumentalizzazioni”, il ministro aveva richiesto una revisione dell’opera.
Di fronte a quella che l’artista ha denunciato come censura e una pericolosa ingerenza politica, e al suo rifiuto di modificare la mostra, l’esposizione è stata cancellata, portando alla definitiva non partecipazione del Sudafrica alla Biennale. Nonostante questa esclusione, Goliath ha dimostrato caparbietà. Grazie al sostegno di Bertha Foundation, Ibraaz e della galleria Raffaella Cortese, rappresentante dell’artista in Italia, Goliath è riuscita a presentare il suo messaggio a Venezia in modo indipendente. Questo percorso ha permesso all’artista di mantenere intatta l’integrità del suo lavoro, trasformando una situazione di esclusione in un’opportunità per affermare la propria voce e il proprio messaggio riparatore di denuncia e speranza.
“Elegy”: Un Canto Rituale di Memoria e Desiderio
Il progetto espositivo è costituito da otto grandi schermi disposti in semicerchio, che evocano la forma di monoliti funerari. Su questi schermi vengono proiettati interventi performativi realizzati dall’artista nell’ultimo decennio. Per la presentazione veneziana, sono state aggiunte tre nuove “suite performative”. Queste sono dedicate a figure specifiche: la studentessa Ipeleng Christine Moholane, due donne Nama uccise durante il periodo coloniale tedesco e la poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa insieme al figlio in un bombardamento israeliano nel 2023.
Nei video, diverse donne interpretano un canto rituale, un lamento che diventa collettivo e attraversa le storie di violenza e perdita. Questo spazio si configura come un luogo di memoria e lutto condiviso, un atto di resistenza. L’artista stessa ha descritto lo spazio della chiesa come “uno spazio di incontro, una sorta di camera sacra in cui far risuonare un lavoro di amore e desiderio”. L’installazione si configura così come un gesto riparatore che si oppone alla rassegnazione di fronte alla perdita e alla cancellazione, promuovendo un luogo di riflessione e condivisione che dà voce agli ultimi e agli esclusi, ponendoli al centro della scena.
