Mario Dondero: Inediti di un Partigiano dell’Umano al Forte di Bard

scritto da Redazione
Mario Dondero, Manifestazione Sindaci Union de La Gauche, Parigi, 1976

Il Forte di Bard, in Valle d’Aosta, presenta dal 24 luglio al 18 ottobre 2026 la mostra Mario Dondero. Inediti. L’archivio di un partigiano dell’umano. L’esposizione, curata da Claudio Composti, attinge al vasto Archivio Dondero di Fermo, offrendo al pubblico una selezione di opere mai viste prima del fotografo Mario Dondero.

Dall’esperienza partigiana alla fotografia di guerra

Mario Dondero, nato a Milano nel 1928 e scomparso a Fermo nel 2015, fu un partigiano combattente nella Val d’Ossola. La sua partecipazione alla Resistenza, motivata da ideali e da un’esigenza di vita che lo storico Claudio Pavone ha descritto come una «rivolta di una generazione contro il regime in cui era stata educata e contro la classe dirigente che l’aveva trascinata in guerra», influenzò profondamente la sua visione del mondo. Questa esperienza, unita alla consapevolezza di aver lottato contro un’ingiustizia, lo portò a sviluppare uno sguardo attento al sentire e al patire dei popoli.

La sua carriera di fotografo fu segnata dalla documentazione di numerosi conflitti. Come Dondero stesso ha ricordato nel libro-intervista curato nel 2011 da Simona Guerra, ha fotografato sei guerre: il conflitto tra Algeria e Marocco nel deserto del Sahara nel 1963, i campi palestinesi in Libano durante i bombardamenti israeliani nel 1965, il conflitto greco-turco a Cipro, la guerra in Guinea-Bissau e l’attacco dei mercenari di Bob Denard in Guinea Conakry nel 1970, e infine il confine con la Cambogia nel 1980.

Il ritratto dell’umanità e la visione del giornalismo

Attraverso i suoi viaggi e i suoi scatti in bianco e nero, Dondero ha immortalato la dedizione e la passione per l’umanità, costruendo un universo della memoria fatto di volti, gesti ed espressioni legate alle lotte e alla «semplice grandezza del quotidiano». Il suo archivio, curato dalla Fototeca provinciale di Fermo, conserva centinaia di migliaia di diapositive, accompagnate da taccuini ricchi di appunti. Nonostante la vastità del suo lavoro, Dondero ammetteva una certa disorganizzazione riguardo al suo archivio, dichiarando nel 2011: «Lo ammetto, sono molto disordinato e sono sempre distratto dalle contingenze e dai bisogni immediati per riuscire a stare dietro all’archivio. Nonostante questo, non mi considero un fotografo mancato. Credo di avere altre frecce nel mio arco: passione, energia, tenacia, amore per la gente ed entusiasmo per la vita. Però sono anche negligente per le questioni pratiche, privo di senso della proprietà (la mia e anche quella degli altri), portato all’improvvisazione piuttosto che ai programmi.»

Tra i suoi soggetti più noti figurano grandi ritratti di intellettuali come Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir (1963), Pier Paolo Pasolini con la madre Susanna Colussi, e gli esponenti del Nouveau Roman davanti alla sede della Éditions de Minuit (1959). Dondero ha documentato anche le manifestazioni parigine del Sessantotto, i movimenti di liberazione africani, i progetti sulla Russia post-sovietica, il mondo contadino e l’emigrazione, la Spagna franchista e la Grecia sotto il regime dei Colonnelli.

Dopo gli anni della Resistenza, Mario Dondero ha sempre professato che ogni scelta di vita e implicazione successiva ha risentito di una partecipazione politica che ha trovato nel giornalismo e nella fotografia la sua strada maestra. Per Dondero, il giornalismo era uno spazio per raccontare storie e mondi, un reportage abitato da un forte sentire sociale e politico. Riguardo al giornalismo contemporaneo, Dondero confidò a Simona Guerra: «Per un fotografo di oggi raccontare secondo una poetica, avere una coerenza nel discorso attraverso i giornali, è sempre più difficile», aggiungendo che «La magnifica varietà dei tanti operatori dell’informazione esistenti al mondo sparisce davanti ai grandi trust, che forniscono notizie preconfezionate. Non più un immenso mosaico variegato, ma uno strumento di profitto e disinformazione. […] Oltre alla menzogna, c’è uno strumento per falsare l’informazione, che è l’omissione […] il giornalismo, quello vero, va continuato e difeso in quanto autentica informazione. I fotoreporter sono parte integrante del processo informativo e devono essere partecipi delle lotte comuni, soprattutto in una situazione di dominio autocratico dell’informazione.»

L’esposizione al Forte di Bard

La mostra al Forte di Bard offre l’opportunità di riscoprire lo sguardo di un fotografo che desiderava essere ricordato come un uomo appassionato di storie e di semplici umanità. Le Cantine del Forte ospitano questi inediti, provenienti dall’archivio di Fermo, città che ha segnato gli anni maturi di Dondero e il suo rapporto con la storia, mantenuto nella ricerca di una quiete dell’osservazione, pronta a farsi critica e carica di complessità.

You may also like

Leave a Comment