Valerio Zezur, la materia che parla a tutti: ritratto di un artista tra memoria e partecipazione

Nato in Ucraina nel 2001 e oggi attivo in Italia, Valerio Zezur costruisce opere polimateriche nelle quali ferite, identità e rinascita diventano un linguaggio accessibile. Attorno ai suoi incontri si raccoglie un pubblico eterogeneo.

scritto da Redazione
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Non occorre conoscere la storia dell’arte informale, distinguere una tecnica mista da un assemblaggio o frequentare abitualmente musei e gallerie per entrare nel lavoro di Valerio Zezur. Le sue opere arrivano prima delle spiegazioni. Si impongono attraverso il peso della materia, le superfici irregolari, le cuciture, i frammenti, le zone d’ombra e quelle improvvise aperture dorate che interrompono il buio.

È probabilmente questa immediatezza, più emotiva che didascalica, a spiegare ciò che accade durante molte delle sue apparizioni pubbliche. Davanti ai quadri non si fermano soltanto collezionisti, artisti o addetti ai lavori. Si avvicinano persone diverse per età, formazione e provenienza, spesso spinte non dalla competenza tecnica, ma dalla sensazione di riconoscere qualcosa.

Qualcuno osserva in silenzio. Altri chiedono, raccontano, collegano un dettaglio dell’opera a un’esperienza personale. Il quadro smette così di essere soltanto un oggetto da contemplare e diventa un punto di contatto. È in questa capacità di trasformare l’esposizione in incontro che Zezur sembra assumere, senza averlo programmato, il ruolo di un possibile “artista del popolo”.

Un’arte che non richiede una password

La definizione può apparire enfatica, soprattutto in un sistema culturale abituato a costruire rapidamente etichette. Nel caso di Zezur, però, non indica un artista che semplifica il proprio linguaggio per ottenere consenso. Descrive piuttosto un autore che non impone allo spettatore una password culturale per accedere all’opera.

La sua pittura rimane complessa, a tratti aspra. Non cerca la piacevolezza immediata e non nasconde le tensioni che l’hanno generata. Eppure parla con una grammatica elementare e universale: la frattura, la perdita, il desiderio di appartenenza, la necessità di ricostruire e la possibilità di trovare una luce dentro ciò che è stato spezzato.

Zezur lavora con acrilici, gessi, sabbie, tessuti, legno, metalli, elementi naturali, materiali recuperati e foglia oro. La tela non viene trattata come una superficie neutra sulla quale collocare un’immagine, ma come un corpo da costruire, incidere, coprire e nuovamente rivelare. L’artista procede aggiungendo e sottraendo, alternando controllo e istinto, fino a ottenere superfici che conservano la memoria del processo.

Nella sua dichiarazione poetica, la materia è descritta come linguaggio, testimonianza e traccia. Anche l’oro, ricorrente in molte opere, viene sottratto alla tradizionale idea di lusso: diventa la luce che resiste nelle fratture, la possibilità di riconoscere valore nella cicatrice e forza nella fragilità.

La biografia non è il quadro, ma lo attraversa

Valerio Zezur è nato in Ucraina nel 2001 e vive oggi in Italia. La sua vicenda personale è segnata dalla perdita della madre, dall’esperienza dell’orfanotrofio, dall’adozione e dalla ricerca di un’identità capace di tenere insieme origini differenti.

“Zezur” non è soltanto una firma costruita per il mercato. È il cognome delle origini, recuperato come elemento identitario e artistico. Una scelta che permette all’autore di ricucire simbolicamente la distanza tra il bambino nato in Ucraina e l’uomo cresciuto in Italia.

Questa storia è diventata anche il centro del libro autobiografico Dentro l’incubo, oltre il buio, scritto con Mirko Giacomin. Il volume racconta il passaggio dal silenzio alla parola e dal dolore alla creazione, offrendo una chiave importante per comprendere la produzione visiva di Zezur. Ma sarebbe riduttivo leggere i suoi quadri soltanto come illustrazioni di un’autobiografia traumatica.

Il dato più interessante è precisamente il contrario: la vicenda individuale viene progressivamente trasformata in una struttura capace di ospitare altre esperienze. Il dolore non viene esibito per suscitare compassione. Diventa materia attraverso la quale parlare di esclusione, memoria, famiglia, identità, resistenza e ricostruzione.

Dalla ferita personale a uno spazio collettivo

In Ferita Cucita, il riferimento alle origini ucraine e alla nuova appartenenza italiana prende forma attraverso grano, stoffe, corde, metallo, gesso e acrilico. La ferita centrale non viene nascosta: è attraversata da una cucitura visibile, che non promette una guarigione totale, ma indica la possibilità di tenere insieme parti differenti.

La cucitura è imperfetta, dichiarata, quasi ostinata. Non cancella lo strappo e non finge che nulla sia accaduto. Lo integra nella forma dell’opera. È un’immagine semplice, immediatamente comprensibile, ma non semplicistica: ogni identità, sembra suggerire il lavoro, è anche il risultato delle proprie discontinuità.

In Cuore in Frantumi, Oro in Cammino, i frammenti lignei rompono l’equilibrio della superficie. Il rosso, il blu e l’oro costruiscono una tensione che non si risolve in una visione pacificata. Il cuore spezzato non torna quello di prima; assume una configurazione nuova. La rinascita, nella poetica di Zezur, non coincide mai con la cancellazione del passato.

Anche Oltre il buio, opera centrale della sua ricerca, non celebra una vittoria definitiva sulla sofferenza. Racconta piuttosto il momento della scelta: restare imprigionati nell’oscurità oppure tentare di attraversarla. È una distinzione importante, perché sottrae il lavoro alla retorica della facile resilienza. Nei quadri di Zezur la guarigione non è una formula motivazionale, ma un processo incompleto, fisico e talvolta doloroso.

Quando il pubblico non si limita a guardare

La risposta che queste opere provocano sembra dipendere proprio dalla loro natura aperta. Zezur parte da sé, ma non chiede allo spettatore di assistere passivamente alla sua biografia. Gli offre uno spazio nel quale inserire la propria.

È così che attorno all’artista si raccoglie un pubblico non sempre coincidente con quello delle gallerie tradizionali. Ci sono persone attratte dalla pittura, lettori arrivati attraverso il libro, giovani che riconoscono il tema dell’identità, famiglie, appassionati e visitatori che magari non avrebbero scelto autonomamente di partecipare a un evento d’arte contemporanea.

Il ritrovo che si crea non ha necessariamente la forma della folla spettacolare. È qualcosa di più utile alla comprensione del suo percorso: una prossimità. Le persone restano, fanno domande, desiderano conoscere il significato dei materiali e, non di rado, iniziano a raccontare qualcosa di sé.

In questo senso Zezur non appare come un artista che parla “al posto del popolo”, espressione paternalistica e ormai logora. È un artista che sembra riuscire a parlare con le persone. La differenza è sostanziale.

La sfida: andare oltre la forza del racconto

Un percorso così strettamente collegato alla biografia contiene anche un rischio. Quando la storia dell’autore è molto potente, può precedere l’opera e condizionarne la lettura. Lo spettatore può essere portato a commuoversi per ciò che Zezur ha vissuto prima ancora di interrogarsi sulla qualità formale del suo lavoro.

La sfida dei prossimi anni sarà quindi consolidare ulteriormente il linguaggio, rendendo ogni materiale necessario, ogni simbolo meno prevedibile e ogni composizione capace di sostenersi anche senza una spiegazione biografica.

Nei lavori più riusciti questo passaggio è già evidente. La materia non illustra la ferita: la rende fisicamente percepibile. L’oro non spiega la speranza: la fa emergere attraverso la superficie. Le cuciture, il legno, le sabbie e i frammenti non funzionano come semplici metafore, ma acquistano un’autonomia visiva.

È su questo terreno che il giovane artista potrà misurare la propria crescita: non sulla sola capacità di emozionare, già evidente, ma sulla costruzione di una ricerca sempre più rigorosa, riconoscibile e capace di evolversi.

Un artista vicino alle persone

Definire oggi Valerio Zezur “l’artista del popolo” sarebbe forse prematuro, se l’espressione venisse intesa come un’investitura o una consacrazione. Diventa invece appropriata quando descrive una qualità concreta del suo lavoro: la capacità di ridurre la distanza tra opera e spettatore senza rinunciare alla complessità.

Le sue superfici non chiedono di essere soltanto ammirate. Chiedono di essere attraversate. Parlano di ciò che si rompe, di ciò che resta e di ciò che può ancora essere costruito.

In un’epoca nella quale una parte dell’arte contemporanea rischia di apparire autoreferenziale o comprensibile soltanto all’interno dei propri circuiti, Zezur percorre una direzione diversa. Parte dalla materia, ma arriva alle persone. Parte da una vicenda individuale, ma cerca un significato comune.

Forse è proprio questa la ragione per cui, quando presenta un’opera o racconta il proprio percorso, il pubblico non si limita a passare. Si ferma. E qualche volta, davanti a quelle superfici ferite e dorate, riconosce qualcosa che gli appartiene.

FirmaRedazione

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