Romolo Romani: Un Pioniere Dimenticato
Romolo Romani (Milano, 1884 – Brescia, 1916) è una figura centrale ma spesso trascurata nella storia dell’arte del Novecento italiano. La sua ricerca artistica, sviluppatasi tra il 1905 e il 1910, lo portò a esplorare l’astrazione geometrica e interiore attraverso cicli come Prismi, Gocce e la monumentale Immagine, utilizzando pastelli e chine. Questo percorso lo colloca tra i pionieri dell’arte non figurativa, anticipando le intuizioni di artisti come Vasilij Kandinskij, celebre per il suo acquerello non figurativo e i suoi testi teorici.
Il destino di Romani si intrecciò brevemente con quello di Umberto Boccioni, con cui condivise le prime fasi delle battaglie d’avanguardia. Entrambi scomparvero nell’agosto del 1916, a distanza di sette giorni l’uno dall’altro. Boccioni, morto a trentatré anni a Chievo, divenne un simbolo della modernità, mentre Romani, spentosi a trentadue anni a Brescia, cadde nell’oblio.
Gli Esordi e la Ricerca Astratta
Nel 1904, il Comune di Milano concesse a Romani uno spazio al Castello Sforzesco e un sussidio mensile, su segnalazione del gallerista Vittore Grubicy. In questo periodo, Romani frequentava Previati, era attivo nella Famiglia Artistica e illustrava la rivista Poesia. La sua firma comparve nel febbraio 1910 nel primo Manifesto dei pittori futuristi, accanto a quella di Boccioni. Tuttavia, Romani si distaccò rapidamente dal movimento prima del manifesto tecnico di aprile, riconoscendo che la ricerca futurista sulla velocità e il rumore meccanico non si allineava con la sua indagine sulla percezione e l’invisibile. Mentre Boccioni si concentrava sulla sintesi plastica dei corpi, Romani esplorava il fondo opaco della percezione.
Romani prediligeva l’uso della matita, spiegando a Carlo Linati che non sentiva ancora il colore e che il chiaroscuro era sufficiente per la sua indagine sulla figura. Lavorava sui cartoni per ore, impugnando la grafite “come un bulino per raschiare”, in un processo fisico e logorante con la carta.
L’Indagine sul Volto Umano e la Malattia
Accanto ai suoi esperimenti astratti, Romani si dedicò all’analisi del volto umano, cercando di rivelarne la maschera sociale. Sviluppò un meccanismo visivo influenzato dagli studi sui muscoli facciali del dottor Guillaume Duchenne de Boulogne, noto come la “scissione dell’unità espressiva”. In opere come Il riso o L’inganno, coprendo metà del viso si nota che i due lati non combaciano, mostrando espressioni contrastanti come il riso da un lato e il dolore o la collera dall’altro. Questa tecnica creava una smorfia impossibile per i muscoli facciali, anticipando concetti che sarebbero stati esplorati dalla psicoanalisi anni dopo. Nel grande foglio di Dives (Il Ricco), Romani disegnò un volto che si comportava come un negativo fotografico, e in altri ritratti, capovolgendo il disegno, la fisionomia borghese si trasformava in una maschera demoniaca.
La narrazione del “pittore folle” ha a lungo oscurato la sua ricerca. Le carte d’archivio rivelano invece un calvario fisico: una forma trascurata di etisia (tubercolosi) che aveva aggredito le meningi. Fu l’infezione batterica a causare febbri violente e deliri, durante i quali Romani cercava di salvare i suoi fogli prima di cederne alla distruzione.
L’Oblio e la Grande Guerra
Il ricovero di Romani in una “casa di salute” a Brescia coincise con l’entrata dell’Italia nella Grande Guerra. Dalla primavera del 1915, i manicomi delle retrovie subirono un collasso, con risorse requisite per il fronte e un aumento della mortalità. Romani fu una vittima indiretta del conflitto, consumato dalla malattia in un reparto abbandonato. Il 10 agosto 1916 si spense, sette giorni prima di Boccioni.
Mentre Boccioni fu subito celebrato, Romani ricevette solo poche righe sul Corriere della Sera il 12 agosto 1916, che ricordavano la sua “arte d’eccezione” salutata da Ojetti e Pica. Un tentativo degli amici della Famiglia Artistica di riaprire la sua partita con una mostra postuma nel 1920 non riuscì a riportare l’attenzione su di lui. A centodieci anni da quell’agosto del 1916, la riscoperta di Romolo Romani, come quella di altri precursori come la svedese Hilma af Klint, è un passo per restituire dignità alla sua opera e alla sua memoria, riconoscendo il suo ruolo di maestro che vide l’astrazione prima di molti altri, pagando con l’oblio la sua solitudine artistica.
