Le recenti indagini archeologiche nell’Insula Meridionalis a Pompei stanno rivelando una presenza umana significativa e prolungata ben oltre l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Questa prospettiva modifica la visione tradizionale di una cesura netta nella storia della città, suggerendo una continuità di vita e riutilizzo delle rovine fino al Rinascimento.
Tracce di vita nella Casa dei Mosaici Geometrici
Il progetto di messa in sicurezza, consolidamento e restauro dell’Insula Meridionalis, avviato a settembre 2023 e tuttora in corso, ha portato alla luce nuove evidenze. Nella Casa dei Mosaici Geometrici sono state individuate numerose tracce di riutilizzo degli ambienti dopo il 79 d.C. Le antiche domus, prive delle loro funzioni originarie, furono adattate a nuove esigenze domestiche e produttive. Le strutture esistenti vennero modificate, anche con materiali di spoglio, e furono realizzati piani di cottura, fuochi, forni da pane e macine.
Nel settore occidentale della casa, in particolare nell’ambiente 28, buche di palo disposte lungo il lato orientale indicano la possibile presenza di una struttura lignea, forse una scaffalatura. Una grande buca quadrangolare al centro dell’ambiente potrebbe aver sostenuto un elemento portante della copertura. Dal riempimento di queste buche sono emersi frammenti lignei carbonizzati, ceramica da fuoco e un frammento di sigillata africana, elementi che contribuiscono a ricostruire la quotidianità successiva alla catastrofe.
Una continuità storica dal Tardoantico al Rinascimento
La frequentazione di Pompei non si interruppe con la tarda antichità, ma proseguì progressivamente fino alla metà del V secolo d.C. Tra i materiali recuperati nell’Insula Meridionalis sono stati rinvenuti anche reperti ceramici databili tra il XV e il XVI secolo, che documentano una presenza nell’area durante il Rinascimento. Queste scoperte suggeriscono una continuità fatta di presenze discontinue, riusi e conoscenze locali, dove le rovine rimasero parte del paesaggio e della memoria del territorio.
In questo contesto si inserisce la vicenda della “Deposizione di Cristo” attribuita ad Andrea Mantegna. L’opera, documentata fino agli anni Venti del Cinquecento nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli, giunse successivamente a Pompei. Dopo essere stata ritenuta dispersa per lungo tempo, è stata identificata nel Palazzo della Prelatura di Pompei. Restaurata nei laboratori dei Musei Vaticani, è esposta dal novembre 2025 nella Pinacoteca del Santuario.
La memoria collettiva e le nuove prospettive
Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Pompei, ha sottolineato come Pompei sia sempre stata parte della memoria collettiva. Egli ha evidenziato che, nonostante l’immagine di un paesaggio post-apocalittico dopo l’eruzione, esistono tracce di persone che vi fecero ritorno e una frequentazione che si estende nel tempo. Queste tracce, spesso labili e relative a vite precarie, hanno rischiato di essere dimenticate.
Zuchtriegel ha riconosciuto l’importanza di ricercatori come Gioachino Alcubierre, promotore dei primi scavi archeologici nel 1748. Ha tuttavia rimarcato l’esistenza di una comunità locale che, fin dall’indomani dell’eruzione, continuò a vivere a Pompei e a custodirne la memoria. Il toponimo “Civita” attesta questa memoria locale di una città sepolta. Sebbene contadini e pastori non avessero i mezzi per trasmettere la loro conoscenza in modo scientifico, la loro consapevolezza dell’antico era presente.
