Katya Shkolnik, nata a Mosca nel 1972 e residente a Milano, integra nella sua pratica artistica una metodologia influenzata dalla sua formazione in ingegneria nucleare presso il MEPhI di Mosca e dagli studi all’Accademia Diplomatica. La sua ricerca si concentra sull’uso della macchina fotografica come apparato capace di isolare variabili come una posa, un orizzonte o un volto, mantenendole sotto osservazione fino a rivelare aspetti nascosti. Questo approccio è affine a un protocollo di laboratorio, dove le condizioni sono fissate e una variabile viene isolata per un’attenta osservazione, accettando risultati inattesi.
La Formazione Scientifica e il Metodo Artistico
La formazione scientifica di Shkolnik ha influenzato il suo metodo di lavoro, ma ha anche richiesto un adattamento del suo approccio mentale. L’artista ha dichiarato di aver dovuto disimparare un pregiudizio che portava a fidarsi solo di ciò che era comprovato, riconoscendo che l’arte è per sua natura sfuggente. Questo processo le ha permesso di dare valore a ciò che non può essere misurato, superando un senso di superiorità che un fisico può provare verso altri campi, come le scienze umane.
Nella sua pratica, il tempo emerge come una grandezza che la fotografia gestisce costantemente senza mai renderla visibile. Ogni scatto implica una decisione sulla durata dell’esposizione, ma il risultato finale presenta un’immagine come un intero, anche se in origine era una sezione. Shkolnik opera in direzione opposta, trattenendo la posa finché il tempo non riaffiora sulla superficie dell’immagine.
Il Tempo Rivelato e la Percezione Ambivalente
Un esempio di questa ricerca è la serie MG, Forty Minutes (2019), composta da dodici ritratti di una modella realizzati in quaranta minuti di posa continua. Questi lavori sono stampati su tre lastre sovrapposte di plexiglass, con un canale colore per ogni lastra, trasformando la logica stratificata del file digitale in un oggetto fisico. Ciò che si osserva non è un soggetto mosso, ma un disallineamento cromatico che rende il ritratto un grafico della durata. L’artista ha specificato che questa forma stratificata è disponibile per qualsiasi immagine della serie, ma finora ne ha realizzata una sola in plexiglass.
Il concetto di percezione è un altro pilastro della sua indagine. Shkolnik esplora come un’immagine possa contenere più informazioni di quante ne riveli, e come la reticenza non sia solo dell’immagine, ma anche di chi guarda. Nelle opere Caprichos e Approximations, il volto è mantenuto in un punto in cui l’identificazione fallisce, rendendo visibile tanto l’effigie della modella quanto la difficoltà dello spettatore nel riconoscerla. L’artista sceglie intenzionalmente di fermarsi un passo prima del riconoscimento completo, poiché una definizione è sempre riduttiva e il riconoscimento può portare a smettere di guardare. Questo approccio mira a proteggere il soggetto dall’essere ridotto a una singola interpretazione, lasciandolo aperto a molteplici significati. I titoli delle opere, come Deer o Inok, sono offerti come letture aggiuntive dopo l’incontro iniziale dello spettatore con l’immagine, senza voler fornire una risposta definitiva.
In Devoted to R#2 (2013), Shkolnik affronta la questione se ciò che si osserva all’orizzonte sia il paesaggio stesso o un’immagine che ha condizionato la nostra visione. Fotografando il cielo della Tanzania, l’artista ha cercato deliberatamente la vibrazione presente nei dipinti di Rothko, portando con sé la visione dell’Espressionismo Astratto per trovare nel mondo un luogo dove questa visione si concretizzasse. Ha applicato una ricerca simile per Pollock, trovandolo nel movimento di piccoli pesci di notte.
“Manifesto on Time”: Il Tempo Conteso nell’Era Digitale
Il progetto più recente di Shkolnik, Manifesto on Time (2025), è un’installazione multimediale immersiva presentata al Museo Statale delle Arti Abylkhan Kasteev di Almaty, Kazakistan. L’opera nasce da un testo dell’artista che descrive il mondo virtuale come un meccanismo che raccoglie e monetizza il tempo umano senza consenso. L’installazione esplora la sottrazione del tempo, la morte in un ambiente digitale e il diritto all’oblio in un sistema che non dimentica. Nel contesto dello schermo, dove corpi digitali fluttuano, il tempo diventa una risorsa contesa, contabilizzata altrove nei minuti che gli utenti cedono scorrendo uno schermo.
L’artista distingue tra il tempo che un’opera d’arte richiede e il tempo che una piattaforma digitale preleva. Mentre le piattaforme sono progettate per attrarre e trattenere l’attenzione oltre l’intenzione iniziale, l’opera di Shkolnik chiede un tempo che lo spettatore sceglie consapevolmente di dedicare. I venti minuti richiesti dall’installazione sono l’opposto dei venti minuti consumati da un feed: uno è consenziente, l’altro carpito. L’opera offre in cambio un modo per affrontare il problema, un approccio consapevole allo spendere tempo nel mondo virtuale.
Nel testo del manifesto, Shkolnik affronta anche il diritto all’oblio. La clessidra che compare nel video è un simbolo scelto per la sua leggibilità immediata. Essa comunica simultaneamente l’idea di vanitas – un memento mori – e il tempo come sabbia, granelli contabili e finiti che scorrono via. Questo simbolo diretto aiuta a veicolare l’idea che il tempo sia una risorsa limitata e misurabile, fondamentale per la comprensione del messaggio dell’opera.
