L’allestimento di Claus Guth de Le nozze di Figaro, originariamente creato per Salisburgo nel 2006, è tornato al Teatro dell’Opera di Roma, riproponendo la sua lettura incentrata sul rapporto tra desiderio e potere. L’opera di Wolfgang Amadeus Mozart e Lorenzo Da Ponte, presentata per la prima volta al Burgtheater di Vienna nel maggio 1786, continua a offrire spunti di riflessione sull’ordine sociale e sulle dinamiche di genere, mantenendo una rilevanza che trascende il suo contesto storico.
L’attualità di Mozart e la sfida alla censura
L’opera di Mozart e Da Ponte si basa su La folle journée, ou Le Mariage de Figaro di Beaumarchais, una commedia che, per la sua critica ai privilegi aristocratici, fu ostacolata da Luigi XVI e vietata a Vienna da Giuseppe II. Per aggirare la censura, Da Ponte ridusse i personaggi ed eliminò le polemiche politiche più esplicite. Nonostante queste modifiche, l’opera conserva la sua essenza, mostrando un mondo dove servi e padroni condividono gli stessi spazi e desideri, rivelando intelligenze che non corrispondono ai loro ruoli sociali.
Mozart, senza scrivere un manifesto, mette in ridicolo il potere. La trama vede il Conte di Almaviva desiderare Susanna, una donna che lavora per lui, credendo di poterne disporre in virtù della sua posizione. Questa dinamica, che unisce differenza di genere, reddito e status sociale, evidenzia come il potere possa manifestarsi nelle relazioni. Susanna, tuttavia, non si conforma al ruolo di vittima; osserva, comprende e ordisce alleanze, dimostrandosi spesso più astuta degli uomini che tentano di controllarla. La sua forza deriva dall’intelligenza con cui gestisce le debolezze altrui, trasformandola nel motore dell’azione.
Figaro, d’altra parte, presenta un’ambiguità: pur ribellandosi al privilegio del Conte, rivela un maschilismo tradizionale quando teme il tradimento. Mozart e Da Ponte non assegnano ruoli di innocenza, ma illustrano la facilità con cui si contesta il potere altrui e la difficoltà nel riconoscere le proprie contraddizioni interne. L’opera suggerisce che il desiderio non è innocente quando una parte può rifiutare solo a caro prezzo, un concetto illuminista che Mozart esprime attraverso i personaggi e le loro imperfezioni.
L’allestimento di Claus Guth: gerarchie in movimento
L’allestimento di Claus Guth, risalente al 2006, è considerato un classico della regia contemporanea. La sua intuizione scenica principale, la grande scala disegnata da Christian Schmidt, funge da centro fisico e politico dello spettacolo. Su queste scale, i personaggi salgono e scendono, le gerarchie si rovesciano temporaneamente, e chi è in alto può precipitare, mentre chi serve può acquisire il controllo della situazione. Questo elemento visivo rende evidente l’instabilità sociale e sentimentale dei personaggi, che si cercano, si sorvegliano e cambiano alleanze.
Guth ha introdotto anche Cherubim, un personaggio muto interpretato da Uli Kirsch, che incarna Eros. Questa figura attraversa le scene, spostando gli equilibri e seminando disordine, simboleggiando come il desiderio possa essere una forza incontrollabile. L’approccio di Guth non mira a modernizzare Mozart con elementi anacronistici, ma piuttosto a rendere leggibili le tensioni già presenti nella partitura e nel libretto, interrogando il pubblico contemporaneo.
Direzione e ricezione al Teatro dell’Opera di Roma
La direzione di Emmanuel Tjeknavorian e l’equilibrio del cast hanno caratterizzato la rappresentazione. Erwin Schrott ha interpretato Figaro con profondità e ironia, mentre Martina Russomanno ha dato vita a una Susanna dinamica e mai superficiale, particolarmente nel quarto atto con l’aria “Deh vieni, non tardar”. Germán Olvera ha evitato di rendere il Conte una caricatura, presentandolo come un personaggio sgradevole nella sua convinzione di avere diritti superiori. Nonostante alcune osservazioni sulla tensione tra buca e palcoscenico, lo spettacolo ha mantenuto energia e ritmo, ricevendo un’accoglienza positiva dal pubblico.
La riproposizione di un allestimento storico come quello di Guth si inserisce nella visione del Teatro dell’Opera di Roma, sotto la gestione di Francesco Giambrone, di ampliare il pubblico e mantenere viva l’opera. L’obiettivo è trasformare il patrimonio storico in un’esperienza attuale, bilanciando l’eccellenza artistica con la necessità di attrarre nuove generazioni. La capacità di uno spettacolo di vent’anni fa di dialogare con un pubblico mutato dimostra che la novità può emergere anche dall’incontro tra passato e presente, mantenendo la forza di interpellare la società odierna sulle persistenti dinamiche di potere e relazione.
