L’installazione Second Chances (2026) di Eliel David Martínez Julián, vincitrice del prestigioso Premio Paolo Rigamonti nell’ambito del Premio ArtiVisive San Fedele 2026, si confronta direttamente con il tema de «Il volto della violenza». L’opera trae origine da un’esperienza personale e traumatica vissuta dall’artista: il 22 marzo 2024, presso la stazione di Ferrara, Martínez Julián fu vittima di un’aggressione da parte di un gruppo di ragazzi, subendo un colpo all’occhio destro con un oggetto metallico.
Da questo episodio, l’artista ha sviluppato un’installazione multimediale complessa, che include un autoritratto, una raccolta di documenti successivi all’aggressione e una lettera indirizzata direttamente ai responsabili. L’intento primario di Martínez Julián non è quello di trasformare il trauma in una narrazione lineare e risolta, ma piuttosto di esplorare le sue ramificazioni e le possibilità di reazione, mantenendo una distanza critica dalle conclusioni affrettate.
Il Volto della Violenza e la Proposta dell’Artista
Un aspetto distintivo di Second Chances è la sua capacità di produrre un cortocircuito rispetto al tema del Premio ArtiVisive San Fedele. Il «volto della violenza», in questo contesto, non è attribuito a chi l’ha esercitata; gli aggressori rimangono senza immagine, anonimi. Il solo volto offerto allo spettatore è quello di chi porta su di sé le tracce fisiche e psicologiche dell’aggressione. Questa scelta artistica evita di spettacolarizzare la figura del carnefice, focalizzando l’attenzione sulle conseguenze e sulla resilienza della vittima.
Martínez Julián, tuttavia, non si limita a documentare il trauma. Non cerca una spiegazione dell’accaduto né intende mettere in scena un atto di perdono. La sua proposta ai responsabili dell’aggressione è un invito concreto e inatteso: incontrarsi per cucinare insieme e, successivamente, condividere il cibo preparato con persone che si trovano in un momento di difficoltà. Questo gesto, apparentemente semplice, è una pratica del corpo che si contrappone direttamente all’atto violento subito. Al colpo che ha ferito un corpo, l’artista oppone l’atto di preparare, attendere, nutrire e condividere, senza la pretesa che tale pratica possa risarcire pienamente ciò che è accaduto. L’installazione multimediale, che comprende un olio su tela in scala 1:1, una teca in vetro con documenti e un documento incorniciato, presenta dimensioni variabili e la documentazione fotografica è stata realizzata da Camilla Sartorello.
Oltre la Retorica della Riconciliazione
L’opera Second Chances si muove su un terreno delicato, confrontandosi con il rischio di aderire a una retorica familiare all’arte partecipativa, che spesso evoca concetti come convivialità, cura, comunità e riparazione. La sua forza, tuttavia, risiede proprio nella capacità di non attribuire preventivamente a questi gesti qualità risolutive o garantite. Cucinare insieme, infatti, non assicura automaticamente alcuna riconciliazione, né ha il potere di cancellare l’asimmetria e il danno prodotti dall’aggressione.
La possibilità del fallimento è un elemento intrinseco e riconosciuto dell’opera stessa. L’artista esprime questa consapevolezza nella lettera indirizzata agli aggressori, con le parole: «Non so se verrete. Non so nemmeno se leggerete queste parole». Questa onestà intellettuale permette a Second Chances di mantenere la sua integrità: l’opera può fallire come incontro concreto tra le parti coinvolte senza per questo fallire come espressione artistica. Martínez Julián non si propone di rappresentare una comunità già riconciliata o un trauma risolto, ma piuttosto di costruire le condizioni e le possibilità affinché una relazione differente, basata su pratiche di condivisione e cura, possa, eventualmente, emergere. L’opera invita a una riflessione profonda sulla vulnerabilità umana e sulla capacità dell’arte di aprire spazi per il dialogo anche nelle circostanze più difficili, senza offrire risposte semplici o definitive.
