Deborah Levy, nel suo libro “My Year in Paris with Gertrude Stein: A Fiction”, in uscita il 20 ottobre 2026 per NN Editore, affronta la figura di Gertrude Stein non come un soggetto da ricostruire linearmente, ma come un’entità complessa e sfuggente. Stein, infatti, si presenta sempre preceduta da una serie di immagini e narrazioni che l’hanno definita, dal ritratto di Picasso alle fotografie di Man Ray e Cecil Beaton, fino all’autobiografia attribuita ad Alice B. Toklas. Levy osserva che, nonostante l’esposizione, Stein rimane inafferrabile, come espresso dalla frase “When I look at photographs of her, I cannot get into her eyes.”
La ricerca di un’identità sfuggente
La narrazione di Levy, ambientata a Parigi nel novembre 2024, vede la protagonista impegnata nella stesura di un saggio su Stein. Tuttavia, la città stessa le pone davanti continue distrazioni: le gru Eva e Fanny che restaurano Notre-Dame, la pioggia, un cachi, un profumo e, in particolare, un gatto scomparso. Questo gatto, chiamato inizialmente “it” e poi “Bob”, diventa una metafora dell’identità di Stein, un’entità che si sottrae a ogni tentativo di circoscrizione o possesso. La ricerca dell'”it” di Stein rappresenta il desiderio di trovare un punto in cui la persona coincida con se stessa, libera dalle interpretazioni altrui. Levy non presenta la vita di Stein in una sequenza cronologica, ma la “riallestisce”, mescolando episodi biografici, ricette, conversazioni, eventi bellici visti su uno schermo di telefono, opere e amicizie. La Parigi dell’avanguardia e quella contemporanea del 2024 non si susseguono, ma affiorano sulla stessa superficie narrativa, creando un montaggio temporale.
Ritratti tra pittura e parola
Levy esplora la figura di Stein attraverso tre modalità di ritratto: la pittura, il “word portrait” e la narrazione. Il dipinto di Picasso del 1905-1906 è un esempio chiave: dopo numerose sedute, Picasso ridipinse il volto di Stein dalla memoria, conferendogli la fissità di una maschera. La somiglianza non fu una copia ottica, ma una rielaborazione che rese Stein riconoscibile proprio quando il quadro smise di imitarla. Analogamente, Stein stessa utilizzò i “word portraits”, ripetendo e spostando nomi e azioni per creare ritmo, con l’intento di evocare le visioni di artisti come Cézanne, Matisse e Picasso. In questi ritratti verbali, la persona non è un modello statico, ma emerge e si ritrae nella durata della lettura. Levy, pur non imitando lo stile di Stein o la prosa di Picasso, riprende la questione centrale: come creare un ritratto che vada oltre la mera descrizione senza perdere il soggetto, chiedendo “How do we put ourselves together?”
Le complessità della storia e del presente
Il libro di Levy non ignora le contraddizioni storiche. Durante l’occupazione della Francia, Stein e Alice B. Toklas, entrambe ebree, rimasero nel paese e sopravvissero. La loro salvezza è legata alla figura di Bernard Faÿ, amico e traduttore di Stein, che fu un funzionario del regime di Vichy. A ciò si aggiunge un progetto, mai pubblicato, di Stein di tradurre discorsi del maresciallo Philippe Pétain. Levy non risolve queste ambiguità, ma le espone, mostrando una Stein complessa: la donna ebrea e lesbica che creò una nuova libertà nel linguaggio e nella vita, e al contempo la donna che tradusse Pétain e non rinnegò Faÿ. La Parigi contemporanea, con le guerre del ventunesimo secolo che scorrono sul telefono della narratrice e la vita quotidiana che irrompe nella stanza, impedisce che il passato modernista si chiuda in una leggenda. Il ritratto di Stein, così, rimane aperto, non colma i vuoti e non stabilisce gerarchie tra le diverse versioni della sua figura.
Alla fine, il gatto continua a cambiare nome e Gertrude Stein persiste nel non lasciarsi trovare completamente. Tuttavia, questa assenza non è più quella iniziale; è una consapevolezza che Stein è una “costellazione che non combacia con se stessa”. Il fallimento della somiglianza non è una rinuncia, ma il mezzo attraverso cui un ritratto può rimanere dinamico e onesto, senza cadere nell’innocenza.
