La mostra ‘Roseo’ di Nicola Toffolini, ospitata allo Spazio Kappa-Nöun di San Lazzaro di Savena (BO) dal 12 settembre al 25 ottobre 2026, è il risultato di quasi due anni di elaborazione artistica. Il progetto si sviluppa a partire da un singolo pastello a cera color salmone, il Caran d’Ache Neocolor II numero 7500.051, che l’artista ha steso su un foglio in modo uniforme, senza segni o figure aggiuntive. Questa campitura, denominata ‘Matrice’, diventa l’oggetto autonomo di contemplazione da cui prende avvio l’intera ricerca.
La ricerca del colore in “Roseo”
L’indagine di Toffolini si concentra sulla riproducibilità del colore, un tema che richiama le ‘Farbtafeln’ (Color Charts) di Gerhard Richter, iniziate nel 1966. Se Richter mirava ad azzerare la componente emotiva del colore, facendolo esistere come oggetto industriale e combinazione geometrica, Toffolini condivide l’idea del campione elevato a opera, come dimostrano i ‘Campione #01’ e ‘Campione #02’ in mostra, tavole di acrilico e smalto industriale. Tuttavia, l’approccio di Toffolini si distingue per la sua natura di ‘inseguimento utopico’. L’artista persegue la medesima tinta salmone attraverso materiali diversi – pastelli, penne pigma, gouache acrilica e smalto industriale – ciascuno dei quali restituisce un’approssimazione mai identica all’originale. Questa ‘caccia’ evidenzia come l’imitazione possa avvicinarsi all’originale, ma mai raggiungerlo, smontando la certezza industriale della riproducibilità esatta del colore.
Paesaggi artificiali e presenze enigmatiche
Parallelamente alla ricerca sul colore, ‘Roseo’ presenta una seconda linea di indagine incentrata sul paesaggio, inteso come composizione artificiale di texture derivanti da pattern naturali. Questi paesaggi, disegnati a china su un fondo rosa-aranciato, includono presenze architettoniche isolate che si stagliano in controluce, evocando un’alba tropicale. Il percorso espositivo si apre con le ‘Nubi Domestiche’, riserve acquatiche contenute in sfere trasparenti sostenute da tralicci su un terreno arido, dispositivi di terraforming che fondono elementi infantili e industriali. Seguono un ‘Rudere’ e tre ‘Sentinelle’, monoliti che appaiono come elementi alieni o archeologici, insediati nell’ambiente con una resistenza passiva. Queste presenze, che richiamano apparecchiature domestiche come boiler o termosifoni su gambe metalliche, sono rese monumentali dal loro sovradimensionamento e dalla loro solitudine. L’assenza di figure umane accentua l’inquietudine di questi ‘totem di un ordine tecnico ormai naturalizzato’, vestigia di una civiltà abbandonata. In un appunto preparatorio, Toffolini descrive queste forme come “monumenti per nessuno, vuoti, isolati, inaccessibili”, collegando la tradizione delle rovine a una contemporanea ecoansia manifestata in un paesaggio quieto ma sinistro. La qualità grafica dei disegni a china, con un tratteggio minuzioso che crea ombre e volumi, contrasta con la piattezza digitale del fondo colorato, generando un cortocircuito visivo. L’opera ‘Presenze #01’ conclude il percorso principale, mostrando un treppiede rovesciato che affonda in un cratere, l’unico punto in cui l’oggetto architettonico lascia un segno visibile, suggerendo un attrito non pacifico con il paesaggio.
Il metodo dell’artista e la “Distesa”
A dominare lo spazio espositivo è l’installazione ‘Distesa’: un rotolo di carta Fabriano lungo quattro metri e mezzo, dipinto della stessa tinta salmone che pervade il progetto, srotolato dal soffitto al pavimento. Toffolini ha riconosciuto il potenziale installativo della carta stessa, trasformando il semplice atto di esporne la tessitura e la caduta verticale in un gesto scultoreo conclusivo. I taccuini di lavoro che accompagnano ‘Roseo’, ricchi di schizzi, campiture e annotazioni, offrono una prospettiva sul metodo dell’artista. Toffolini riflette sul divario tra intuizione e realizzazione, definendo l’intuizione come “un lampo che eccede ogni tentativo di afferrarne la pienezza perfetta e abbagliante”, e la sua traduzione nel reale come “un patto al ribasso, una mediazione a perdere”. Questa variazione perpetua del rosa, da un foglio all’altro, rappresenta lo scarto tra la forma immaginata e la sua concretizzazione, un processo caratterizzato da “distanza, goffaggine, approssimazione”. I taccuini rivelano anche l’evoluzione dei titoli delle opere, inizialmente associati alla parola ‘rosa’ come promemoria cromatico. Infine, una nota sul ‘silenzio’ definisce questo stato come la coincidenza temporanea del presente con qualcosa di già accaduto o che sta accadendo di nuovo. Questa descrizione si applica al meccanismo di ‘Roseo’, dove ogni nuova campitura di rosa è un tentativo di far coincidere il presente con un colore già visto e perduto, e il silenzio rappresenta l’intervallo mai colmato tra un tentativo e l’altro.
