La mostra “Míope” di Marina Rheingantz, presentata dalla White Cube a Seoul, invita a esplorare una dimensione del paesaggio che si colloca tra il familiare e l’irriconoscibile. L’artista brasiliana, nata nel 1983 ad Araraquara, nello Stato di São Paulo, e cresciuta in un contesto rurale, ha sviluppato una pratica artistica profondamente legata al territorio d’origine, trasformando il paesaggio in una ricerca sulla memoria della visione.
Il titolo stesso della mostra, “Míope”, suggerisce una condizione percettiva: la necessità di avvicinarsi per mettere a fuoco, accettando che ogni immagine possa rimanere parzialmente incompleta. Le opere di Rheingantz costruiscono paesaggi in cui il visibile sembra sul punto di dissolversi, con una materia pittorica che mantiene una forte presenza fisica. Forme, vegetazione, architetture e orizzonti emergono da superfici caratterizzate da velature, abrasioni e variazioni cromatiche.
La percezione e il ricordo nel paesaggio
La pittura di Marina Rheingantz si colloca in una zona instabile dove la percezione precede la certezza e il ricordo si forma attraverso frammenti e atmosfere. L’artista ha dichiarato che la sua pratica iniziale era strettamente legata al paesaggio della sua infanzia, nutrito dalla natura selvaggia e dalla sensazione di libertà. Questo rapporto biografico con il territorio si è evoluto in un’indagine sulla memoria visiva.
La sua ricerca si avvicina a una genealogia artistica in cui il paesaggio diventa un’esperienza mentale. Si possono trovare affinità con Gerhard Richter, per la sua messa in crisi della stabilità dell’immagine attraverso la pittura fotografica; con Peter Doig, dove il luogo è attraversato da ricordi e proiezioni; e con Alberto da Veiga Guignard, che conferisce alla natura brasiliana una dimensione sospesa e quasi visionaria. Rheingantz integra queste prospettive, orientandole verso una pittura in cui la realtà è percepita attraverso il corpo prima di essere organizzata dalla mente.
Il riferimento alla fenomenologia di Maurice Merleau-Ponty è significativo: la percezione precede la distinzione tra soggetto e mondo, rendendo il paesaggio qualcosa che coinvolge fisicamente lo spettatore. Anche Gaston Bachelard, con la sua riflessione sugli spazi dell’immaginazione e della memoria, offre una chiave interpretativa, suggerendo che i luoghi possono contenere esperienze che precedono la loro identificazione precisa. La pittura di Rheingantz si muove proprio in questo intervallo, dove la definizione delle forme procede per sottrazione e accumulo. Una vegetazione appena distinguibile può trasformarsi in una massa cromatica, una costruzione può affiorare come un ricordo architettonico, e una linea dell’orizzonte può perdere la sua funzione geografica per diventare una soglia percettiva.
Opere in mostra: tra olio e ricamo
Tra le opere esposte, “Míope” (2026), un olio su tela di 210 x 300 cm, mostra un paesaggio che perde la stabilità di una veduta riconoscibile, con forme che sembrano affiorare dalla pittura stessa, come se la natura fosse ricostruita attraverso un ricordo soggetto a continue variazioni. “Pipa” (2026), un altro olio su tela di grandi dimensioni (230 x 340 cm), accentua questa tensione tra la monumentalità della superficie e una percezione fatta di apparizioni e zone sospese.
Un’opera come “Outono” (2026), realizzata con la tecnica del ricamo, introduce un cambiamento radicale nella materia e nel gesto, che si fa più raccolto e intimo. Il paesaggio assume una forma tessile, quasi mnemonica, dove il tempo della ripetizione e della trama diventa un modo per registrare la durata dell’esperienza. Anche “Sad, tired and confused” (2026), un olio su lino di 130 x 150 cm, contribuisce a questa esplorazione.
Il rapporto con artisti come Édouard Vuillard, che confonde ambiente e figura in una continuità ornamentale, e Cy Twombly, il cui segno conserva la memoria del gesto e della scrittura, è rilevante per comprendere la pratica di Rheingantz. Il corpo dello spettatore, pur rimanendo fuori dalla rappresentazione, diventa il punto attraverso cui la scena viene attraversata. La scala delle tele, la densità della materia e la difficoltà di mettere a fuoco un luogo preciso producono una percezione fisica, che richiede un continuo aggiustamento della distanza: avvicinarsi per riconoscere la pittura, allontanarsi per percepire il paesaggio.
La memoria, in questo contesto, assume una forma incerta, non coincidente con la conservazione di un’immagine, ma con la persistenza di una sensazione: una luce, una stagione, una temperatura, una libertà associata a un luogo. Il paesaggio sopravvive attraverso ciò che il corpo ha trattenuto. La mostra “Míope” offre così una forma di familiarità senza coordinate, dove le immagini sembrano provenire da un luogo conosciuto e insieme irraggiungibile, come certi ricordi d’infanzia che mantengono la loro intensità pur avendo perso i dettagli. Rheingantz trasforma questa incertezza in una qualità intrinseca della pittura, invitando a una visione che procede per approssimazioni e a sentire il luogo piuttosto che identificarlo.
