Un Modello Partecipativo e Decentrato
Daniele Del Pozzo, nominato Assessore alla Cultura del Comune di Bologna nel dicembre 2024 e in carica dal gennaio 2025 nella giunta di Matteo Lepore, ha un curriculum che include la fondazione del Gender Bender festival nel 2003 e del Teatro Arcobaleno nel 2013, oltre al Link Project di Bologna. Nato ad Ancona nel 1966 e laureato al DAMS di Bologna nel 1994, si definisce “curatore e ingegnere culturale”.
La politica culturale di Bologna, secondo Del Pozzo, si fonda sulla cultura come bene pubblico, strumento di inclusione e coesione sociale, sostenuto da risorse pubbliche. Questo modello è condiviso dall’amministrazione comunale e dagli operatori del settore. A Bologna, la politica culturale è intesa come un’infrastruttura di relazioni e un’espressione di democrazia, basata su reti di associazionismo, teatri, festival, ricerca indipendente, musei, biblioteche e luoghi di formazione. Il sistema è caratterizzato da un forte decentramento nei quartieri e da una vicinanza ai cittadini, supportato dal Comune con spazi, personale, convenzioni e contributi.
L’obiettivo dell’Amministrazione è creare e difendere le condizioni che mantengono vive le relazioni umane, valorizzando le competenze diffuse e mettendo in rete istituzioni e operatori indipendenti, coinvolgendo anche i privati. Questa visione promuove l’accessibilità economica, il dialogo continuo e l’ascolto dei bisogni, proponendosi come alternativa alla riduzione dei finanziamenti e alla gestione verticistica della cultura, preferendo un modello inclusivo e partecipativo. Dal gennaio 2025, l’Amministrazione si è posta l’obiettivo di contribuire alla creazione di un ecosistema culturale sano, garantendo a operatori, curatori e artisti le migliori condizioni di lavoro attraverso risorse economiche, convenzioni e spazi.
La Strategia degli Spazi Gratuiti
Bologna attrae studenti, artisti e giovani professionisti della cultura, ma incontra difficoltà nel trattenerli a causa dell’aumento del costo della vita e degli affitti, oltre alla mancanza di laboratori condivisi, atelier accessibili e spazi espositivi indipendenti. La disponibilità di spazi gratuiti è considerata strategica per i creativi e per la città, che funziona da incubatore per nuove esperienze.
La risposta istituzionale a questa esigenza è la gestione strutturale di spazi indipendenti, dove la ricerca artistica e la pratica culturale si svincolano dalla logica del prodotto di mercato e del profitto, a favore di un valore d’uso sociale e relazionale. La gratuità è centrale in questa visione, essendo uno strumento per garantire accessibilità e sostenibilità, contrastando l’aumento del costo della vita e creando un terreno fertile per la ricerca artistica. Restituire un bene pubblico alla collettività è un dovere civico, e sottrarre i luoghi della ricerca alle logiche commerciali è un atto politico che afferma il valore vitale dell’arte per il benessere di Bologna.
Il Comune di Bologna ha assegnato circa 90 spazi gratuitamente, di cui 17 dall’inizio del mandato di Del Pozzo. Tra gli esempi, Villa delle Rose, che con il progetto “Un anno in cima alle scale” è diventata un centro per la didattica sperimentale e la ricerca dell’Accademia di Belle Arti, dopo una sperimentazione iniziale di nove mesi e un nuovo accordo triennale con l’ABABO. Il Padiglione Esprit Nouveau, unico esemplare al mondo del prototipo abitativo di Le Corbusier del 1925, è stato restituito alla città come “casa per progetti culturali e artistici”, ospitando residenze e progetti temporanei fino al 2027. Porta Galliera, una delle dodici porte della città, è destinata a diventare una piattaforma curatoriale per residenze artistiche nazionali e internazionali, visiting studio e project room, con una concessione di 4+4 anni e un contributo economico iniziale.
Ricerca Artistica e Rigenerazione Urbana
Difendere la ricerca artistica pura è una delle sfide più complesse per un’amministrazione pubblica, poiché significa scardinare la necessità di risultati immediati e tangibili. La politica culturale di Bologna si impegna a dare tempo agli artisti, proteggendo lo spazio della ricerca, che include possibilità, inaspettato e incompiuto. Sostenere la ricerca implica rivendicare il diritto all’errore, distinguendosi da un ruolo di mero sponsor di ciò che è già certificato o orientato al mercato. Questo approccio genera competenze, relazioni e attiva il tessuto sociale ed educativo, costruendo un ecosistema culturale solido.
Il Parco del Ravone, un’area di 11 ettari delle ex officine ferroviarie, è un progetto di ecologia urbana e culturale. L’obiettivo è trasformarlo in un parco verde e un ecosistema aperto alla residenzialità artistica e alla produzione indipendente, dove l’ibridazione tra paesaggio e creatività generi un nuovo modello di vivibilità. In questo contesto, il ruolo degli artisti e delle comunità creative è considerato fondamentale per l’intero processo di trasformazione, agendo come strumenti di indagine, dialogo e co-progettazione. Il Ravone sarà un laboratorio a cielo aperto in cui la pratica artistica attiva il territorio, favorendo pratiche partecipative che trasformano i cittadini in co-creatori dello spazio pubblico.
L’eredità di questo mandato è l’idea che lo spazio pubblico è il modello. Bologna non ha mai separato i luoghi fisici dalle comunità che li abitano. Riaprire un luogo significa attivare un presidio democratico per la ricerca artistica e la sperimentazione indipendente, sostenuto da investimenti concreti del Comune per garantire la gratuità degli spazi a chi produce cultura.
