Morto a 87 anni il grande studioso della microstoria, autore de “Il formaggio e i vermi” e figura centrale del pensiero storico internazionale
Carlo Ginzburg ha cambiato il modo di guardare alla storia. Non cercando soltanto i grandi eventi, i sovrani, le guerre o le strutture del potere, ma avvicinandosi alle tracce minime, alle voci marginali, ai dettagli apparentemente secondari. È morto a Bologna il 17 giugno 2026, all’età di 87 anni, lasciando una delle eredità intellettuali più importanti della cultura europea contemporanea.
Storico, saggista, docente e studioso di fama internazionale, Ginzburg è stato tra i fondatori della microstoria, un metodo di ricerca capace di partire da casi circoscritti — un villaggio, un processo, un individuo, un documento d’archivio — per illuminare questioni molto più ampie: il rapporto tra cultura popolare e cultura dominante, tra potere e dissenso, tra persecuzione e memoria.
La sua opera più celebre resta “Il formaggio e i vermi”, pubblicata nel 1976, dedicata alla vicenda di Domenico Scandella, detto Menocchio, mugnaio friulano del Cinquecento processato dall’Inquisizione per le sue idee religiose non ortodosse. Attraverso quel caso, Ginzburg dimostrò che anche una vita apparentemente marginale poteva diventare una chiave per leggere un’intera epoca.
La forza di quel libro non stava solo nella scoperta archivistica, ma nel modo in cui lo storico riusciva a restituire dignità a una voce soffocata dal potere. Menocchio non era più una semplice nota in un fascicolo giudiziario: diventava un uomo con un immaginario, una visione del mondo, una forma di resistenza. Proprio qui si trova uno dei nuclei più profondi del lavoro di Ginzburg: cercare la verità storica senza cancellare la complessità umana.
Nato a Torino il 15 aprile 1939, Carlo Ginzburg apparteneva a una famiglia centrale nella storia culturale e civile italiana. Era figlio della scrittrice Natalia Ginzburg e di Leone Ginzburg, intellettuale antifascista, cofondatore della casa editrice Einaudi, morto nel 1944 nel carcere romano di Regina Coeli dopo essere stato arrestato e torturato dalla Gestapo.
Quella ferita biografica attraversa indirettamente tutta la sua ricerca. Ginzburg ha studiato persecuzioni, processi, eresie, culture popolari represse, documenti prodotti dagli apparati del controllo. Ma non lo ha fatto con una retorica facile della vittima. Il suo lavoro è stato sempre rigoroso, fondato sulla prova, sulla lettura lenta, sull’attenzione ai segni.
Tra i suoi testi fondamentali figura anche “I benandanti”, pubblicato nel 1966, dedicato alle credenze agrarie e ai processi inquisitoriali nel Friuli tra Cinquecento e Seicento. In quelle carte, Ginzburg individuò un mondo di riti, miti e pratiche popolari che l’Inquisizione aveva progressivamente reinterpretato come eresia o stregoneria.
Un altro punto decisivo della sua riflessione fu il cosiddetto paradigma indiziario. Nel celebre saggio “Spie. Radici di un paradigma indiziario”, Ginzburg mise in relazione il lavoro dello storico con quello del medico, del detective e del conoscitore d’arte: tutti costretti a partire da indizi minimi, dettagli trascurati, anomalie e tracce indirette per ricostruire una verità possibile.
La storia, per Ginzburg, non era mai un racconto libero dai vincoli della prova. Al contrario, proprio perché fragile e incompleta, richiedeva un’etica severa dell’interpretazione. Il suo lavoro si è spesso opposto alle derive più radicali dello scetticismo postmoderno, difendendo l’idea che tra vero, falso e finzione esistano confini da interrogare con precisione, ma non da cancellare.
La sua carriera accademica lo ha portato in alcune delle istituzioni più prestigiose del mondo. Dopo la formazione alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ha insegnato in Italia e negli Stati Uniti, in particolare all’Università di Bologna e alla University of California, Los Angeles. I suoi libri sono stati tradotti in numerose lingue e gli hanno valso riconoscimenti internazionali, tra cui il Premio Balzan e il Premio Aby Warburg.
Ginzburg non è stato soltanto uno specialista per specialisti. La sua scrittura ha saputo parlare anche a lettori non accademici, perché univa erudizione, tensione narrativa e lucidità morale. Nei suoi libri l’archivio non è mai un deposito freddo di carte, ma un luogo vivo, attraversato da conflitti, silenzi, errori, censure e sopravvivenze.
La sua lezione resta attuale proprio oggi, in un tempo spesso dominato da semplificazioni rapide e narrazioni aggressive. Ginzburg ha insegnato che capire significa rallentare. Che un dettaglio può rovesciare una lettura consolidata. Che le fonti vanno interrogate, non consumate. Che la storia non appartiene solo ai vincitori, ma anche a chi ha lasciato tracce deboli, frammentarie, quasi cancellate.
Con la sua morte, la cultura italiana perde uno dei suoi studiosi più autorevoli. Ma la sua eredità non resta chiusa nei manuali universitari. Ogni volta che uno storico sceglie di partire da un frammento, da una voce laterale, da un processo dimenticato o da una figura esclusa dai grandi racconti ufficiali, il metodo di Ginzburg continua a lavorare.
Carlo Ginzburg ha mostrato che la storia non è soltanto memoria del passato. È un esercizio di responsabilità verso la verità e verso chi, senza lo sguardo dello storico, rischierebbe di scomparire due volte: prima nella vita, poi nel racconto.
