L’esposizione “We All Needed The Same Sun” a Venezia: una riflessione sull’ecosistema

scritto da Redazione
Veduta dell'allestimento della mostra "We All Needed The Same Sun" alla Galleria A plus A di Venezia.

La Galleria A plus A di Venezia ospita “We All Needed The Same Sun”, una mostra che si propone di analizzare il complesso rapporto tra l’essere umano e l’ambiente naturale. L’esposizione, frutto del percorso di ricerca di tredici partecipanti al Corso Internazionale della School For Curatorial Studies Venice, adotta una prospettiva critica che va oltre la semplice rappresentazione estetica o la denuncia didascalica della crisi ambientale.

Il progetto curatoriale si concentra sul contrasto tra la storia della natura e quella dell’uomo, storicamente incline a considerare l’ambiente come una risorsa da sfruttare. La mostra sfida questa visione antropocentrica, evidenziando la capacità della natura di sottrarsi al controllo e di recuperare i propri spazi. L’allestimento, suddiviso in cinque ambienti distinti sui due piani della galleria, invita a un cambio di prospettiva.

Percorsi espositivi e nuove prospettive

Nella prima sala, le sculture zoomorfe e i disegni di Matilde Sambo, tra cui l’opera “Sogno Lucido” del 2025, introducono una dimensione in cui i confini tra umano e animale appaiono meno definiti. Proseguendo, l’allestimento d’archivio di Simone Carraro, “Il bambino con le branchie” (2026), sposta l’attenzione sul gesto umano dell’osservare, raccogliere e classificare il paesaggio. In dialogo con questo lavoro, le sculture di Daria Dmytrenko, come “Kikimora” del 2025, presentano forme ibride che dissolvono ulteriormente la distinzione tra le specie. Questo segmento del percorso mira a incrinare le categorie conoscitive tradizionali, suggerendo una natura che si sottrae a definizioni univoche.

Il passaggio da una mera osservazione a un incontro più profondo con la natura è evidente nell’opera video “O Peixe” di Jonathas de Andrade. In questo lavoro, un pescatore e un pesce si confrontano con uno sguardo reciproco, annullando le gerarchie tra chi domina e chi è osservato, e ponendo i due esseri viventi sullo stesso piano. Accanto a questa video installazione, le sculture in ceramica di Anna Marzuttini, “Komorebi” (2025), raffigurano funghi disseminati nello spazio espositivo. Queste opere invitano il visitatore a prestare attenzione a elementi che solitamente rimangono ai margini, suggerendo una natura capace di insinuarsi lentamente oltre la percezione umana.

Natura, rifiuto e tempo geologico

Lo stesso meccanismo di trasformazione e riappropriazione è presente nei “Nidi” (2026) di Sebastiano Zafonte, realizzati con mozziconi di sigaretta e gusci d’uovo. Ciò che è scarto umano diventa materiale per un habitat naturale, trasformando i rifiuti in una traccia tangibile di un ecosistema alterato. Insieme alla scultura lignea di Paola Cenati, “La Caduta di un Albero” (2025), e all’installazione video di Glenda Leone, il percorso espositivo amplia la prospettiva verso una temporalità geologica che trascende la scala umana.

L’intuizione più significativa della mostra risiede nell’allestimento stesso. La presenza inattesa di funghi o la scoperta casuale di un nido impediscono all’esposizione di essere una semplice somma di opere individuali. La curatela costruisce un ambiente che mette in scena la relazione con il naturale attraverso il modo in cui lo spettatore è invitato a guardare: si passa dall’osservazione e classificazione all’inciampo nell’inaspettato. “We All Needed The Same Sun” sposta la riflessione dalla denuncia ambientale alla responsabilità dello sguardo, promuovendo l’abbandono dell’idea di dominio in favore di un’intimità condivisa tra specie diverse, un’orizzontalità in cui tutti gli esseri viventi abitano la terra sotto la luce del medesimo sole.

You may also like

Leave a Comment