A Venezia, gli spazi di Marignana Arte ospitano la mostra personale di Katharina Büttgen, intitolata “Ricamare il dissenso / Embroidering Dissent”. L’esposizione, visitabile dal 2 al 24 ottobre 2026, nasce dalla collaborazione con la open call internazionale di CREA Cantieri del Contemporaneo e si inserisce nel crescente riconoscimento dell’arte tessile in ambito museale e curatoriale.
L’artista tedesco-bielorussa, classe 2001, pone al centro della sua ricerca temi quali identità, appartenenza, memoria e violenza politica. Il suo lavoro esplora il rapporto tra la forma tessile e la fotografia, trasformando il ricamo in un mezzo per interrogare questioni sociali e culturali. Il vissuto personale di Büttgen, caratterizzato da un background migratorio, si intreccia profondamente con la storia della Bielorussia, un contesto segnato da dinamiche di potere imperiali e coloniali, dalla repressione sovietica e dai processi di russificazione che hanno marginalizzato lingua, cultura e identità nazionali.
Memoria e resistenza nel filo ricamato
La partecipazione di Katharina Büttgen alle proteste di Minsk del 2020 e la successiva oppressione statale hanno rappresentato un’esperienza determinante per l’artista, rendendole impossibile il ritorno nel suo Paese. Da questa frattura emerge una dimensione decoloniale nella sua pratica, legata alla necessità di confrontarsi con un’identità percepita come disgregata. Memoria e perdita diventano strumenti attivi per preservare ciò che rischia di essere cancellato o messo a tacere. L’artista stessa ha espresso come un singolo filo ricamato possa trasformarsi in una forma di ricordo e conservazione, specialmente in una cultura dove molto è stato soppresso.
Nelle sue opere, Büttgen impiega tessuti di famiglia provenienti dalla Bielorussia, come tovaglie, pizzi, centrini e tende. Questi materiali, custodi di ricordi affettivi e di una tradizione artigianale, accolgono disegni, immagini e documentazioni fotografiche. L’artista custodisce l’eleganza artigianale e l’atmosfera domestica, ma al contempo le trasforma, conducendo i materiali tessili verso una nuova forma di resistenza visuale, votata alla giustizia e alla denuncia.
Un esempio di questa pratica è l’opera “Senza titolo – serie di 4” (2022), dove vecchie tovagliette blu narrano scene di violenza, arresti e mezzi blindati che invadono le strade pubbliche. Punto dopo punto, Büttgen costruisce un dialogo tra memoria personale e storia collettiva, conferendo alla stoffa una funzione testimoniale. Ciò che appartiene alla biografia dell’artista diventa così un punto di accesso a una memoria più ampia, attraversata da temi di identità, perdita e resistenza.
Il ricamo tra domesticità e sovversione
La dimensione politica del ricamo si inserisce in una storia più ampia dell’arte tessile. Come evidenziato dalla storica dell’arte Rozsika Parker nel suo studio “The Subversive Stitch: Embroidery and the Making of the Feminine” (1984), il ricamo è stato a lungo associato a un ideale di femminilità fondato su pazienza, precisione, obbedienza e domesticità. L’ago e il filo, tradizionalmente considerati strumenti della sfera privata e del lavoro femminile, hanno contribuito a definire un modello di comportamento di genere. Nelle opere di Büttgen, questa ambivalenza assume una declinazione specifica, mettendo in relazione forme apparentemente opposte di rappresentazione del dissenso.
Nell’opera “Untitled” (2024), il fiore ritorna come simbolo della protesta non violenta. L’opera trae ispirazione da un ammonimento familiare a non “immischiarsi nella politica”, ribaltandolo ironicamente nella frase ricamata: “Grandma always told me to stay away from politics, so I listened to her and started fighting with flowers”. Questo riferimento al “Flower Power”, emblema dei movimenti pacifisti tra gli anni Sessanta e Settanta, si intreccia con la memoria delle manifestazioni di Minsk del 2020, dove i fiori furono impiegati come segno di opposizione pacifica. La delicatezza del motivo floreale non attenua la dimensione politica del gesto, ma ne diventa il veicolo.
Un parallelo interessante può essere individuato nei “War Rugs” afghani, sviluppatisi dagli anni Settanta e Ottanta nel contesto dell’invasione sovietica e dei conflitti successivi. In questi tappeti, tecniche e motivi della tradizione tessile sono utilizzati per raffigurare carri armati, armi, elicotteri e soldati, trasformando il manufatto artigianale in un documento visivo del conflitto. Seppur in una forma più intimamente legata alla sfera domestica, Büttgen compie un’operazione analoga: sottrae al tessile la sua funzione decorativa per elevarlo a spazio di testimonianza politica.
Questo è particolarmente evidente in “Protest” (2025), dove manganelli, scudi antisommossa della polizia OMON, fuoco e scene di violenza sono stilizzati e ridotti ai soli contorni delle figure, seguendo una struttura simmetrica tipica della decorazione bielorussa. Le immagini della repressione brutale, della paura e del caos si uniscono alle linee gentili che ricamano i soggetti su un tessuto roseo e familiare, creando un equilibrio tra delicatezza e denuncia.
L’opera di Katharina Büttgen dimostra come il tessile possa trasformarsi in uno spazio di autonomia e resistenza. La natura politica del ricamo risiede nella tensione tra domesticità e sovversione: un gesto apparentemente quotidiano e innocuo può aprire le porte a veri e propri archivi del dissenso. Il filo non è solo materia, ma diventa traccia, testimonianza e dispositivo di memoria, incorporando materialmente ciò che la violenza politica ha tentato di rendere invisibile.
