La Sonnabend Collection, nota per la sua vasta esplorazione dei linguaggi artistici dal Neo-Dada alla Pop Art, dal Minimalismo all’Arte Concettuale, fino all’Arte Povera e alla fotografia contemporanea, inaugura la sua presenza al Palazzo della Ragione di Mantova con una mostra temporanea dedicata a un aspetto meno conosciuto di Andy Warhol: i suoi “Screen Tests”. L’esposizione si concentra su un Warhol meditativo e intimo, che si esprime attraverso il bianco e nero, in netto contrasto con l’immaginario collettivo legato alle sue opere più celebri, caratterizzate da colori vivaci e serigrafie.
La collezione, che include artisti come Jeff Koons, Lichtenstein e Jasper Johns, è spesso associata a un’estetica del colore. Tuttavia, questa mostra inaugurale sceglie di presentare 21 “Screen Tests”, cortometraggi in bianco e nero che offrono una prospettiva differente sull’artista statunitense. L’allestimento, minimale e scuro, con panche di legno, invita il visitatore a un’esperienza di osservazione prolungata e riflessiva.
La genesi dei “ritratti viventi”
Gli “Screen Tests” sono brevi cortometraggi, ciascuno della durata di circa tre minuti. Warhol li realizzò utilizzando una cinepresa Bolex da 16 mm e rullini di pellicola muta in bianco e nero da 30 metri. La durata di tre minuti corrispondeva esattamente al tempo necessario al rullino per scorrere completamente nella cinepresa. La tecnica prevedeva che sia il soggetto che la cinepresa rimanessero pressoché immobili per l’intera durata della ripresa, creando così quelli che l’artista definiva “ritratti viventi”.
Questa metodologia riprendeva il concetto di “screen test” cinematografico, un provino utilizzato per valutare l’idoneità di un attore allo schermo. Tuttavia, Warhol lo reinterpretava, trasformandolo in uno strumento per catturare l’essenza dei suoi soggetti. I video, leggermente rallentati, richiamano i fotogrammi dei film muti, distanziandosi dal ritmo del cinema tradizionale e obbligando lo spettatore a una conoscenza più profonda dei personaggi ritratti.
Fama e intimità: i volti degli “Screen Tests”
I soggetti degli “Screen Tests” includono sia figure celebri che frequentavano lo studio di Warhol, sia persone comuni. Tra i volti noti si riconoscono personalità come Allen Ginsberg, Dennis Hopper, Salvador Dalí, Susan Sontag, Bob Dylan, Marcel Duchamp e Lou Reed. La scelta di filmare personaggi di diversa notorietà con la stessa modalità, illuminandoli e riprendendoli in primi piani statici, è un elemento chiave della riflessione di Warhol.
Attraverso queste immagini, l’artista scardina l’idea convenzionale di celebrità, ponendo tutti i soggetti sullo stesso piano. L’intimità che emerge è lontana dalle icone Pop Art come Marilyn Monroe, solitamente associate a Warhol. Eppure, entrambe le dimensioni artistiche convergono su un tema centrale: il modo in cui i media trasformano la realtà e come percepiamo le persone attraverso uno schermo. Da un lato, il volto pubblico e ripetuto delle icone; dall’altro, un volto immobile, esposto nelle sue fragilità, che per tre minuti non può sottrarsi allo sguardo dello spettatore.
Gli “Screen Tests” offrono una riflessione su cosa significasse la fama per Warhol e sul processo attraverso cui una persona diventa un’immagine. Questa mostra al Palazzo della Ragione di Mantova, con i suoi sette schermi che presentano tre video ciascuno, permette di esplorare questa ossessione profetica dell’artista, rivelando un aspetto della sua produzione che invita a una contemplazione più profonda e personale.
