Ceal Floyer: L’incompiuto come metodo concettuale a Palazzo Diedo

scritto da Redazione
Veduta dell'installazione Unfinished di Ceal Floyer a Palazzo Diedo Berggruen Arts & Culture, 2026.

La ricerca di Ceal Floyer a Palazzo Diedo

Palazzo Diedo, sede di Berggruen Arts & Culture a Venezia, presenta “Unfinished”, la prima grande ricognizione postuma dedicata all’artista britannica Ceal Floyer (1968–2025). L’esposizione, curata da Ann Gallagher e Jonathan Watkins, si svolge in concomitanza con la mostra collettiva “Strange Rules”. L’artista è scomparsa nel dicembre 2025 dopo una lunga malattia. La mostra evita un approccio celebrativo, scegliendo invece di evidenziare la metodologia di Floyer, una figura del concettualismo contemporaneo.

La ricerca di Floyer, emersa negli anni Novanta al Goldsmiths College, si distingue per la sua moderazione e intenzionalità, come descritto dalla gallerista Esther Schipper: “come un haiku, l’arte di Ceal era costruita sulla moderazione, con ogni scelta altamente intenzionale e nulla lasciato al caso”. L’artista si è sempre discostata dalla spettacolarizzazione tipica della stagione YBA.

L’arte dell’attenzione e della percezione

Le opere in mostra, che includono video, installazioni sonore, fotografie e ready-made, dimostrano come Floyer prelevi oggetti comuni e convenzioni linguistiche per alterare la percezione della realtà attraverso deviazioni sottili. Un esempio è la video-installazione che dà il titolo all’esposizione, Unfinished (1995), dove l’atto di ruotare i pollici viene trasformato in un tempo circolare e ipnotico, privo di risoluzione.

Altre opere esplorano la dualità della percezione. Half Empty e Half Full (1999) sono due fotografie identiche di un bicchiere riempito a metà, che richiamano l’espressione legata all’ottimismo e al pessimismo, condensando speranze e disillusione in un’immagine semplice. In Light Switch (1992), l’immagine a grandezza naturale di un interruttore della luce è proiettata su una parete. L’intenzione di Floyer non è ingannare lo spettatore, poiché il proiettore è visibile e la meccanica dell’illusione rimane trasparente.

Un approccio simile si riscontra in Bucket (1999), dove un secchio di plastica sembra raccogliere gocciolii dal soffitto. Un’osservazione più attenta rivela che il suono della goccia d’acqua è una registrazione audio riprodotta da un lettore nascosto all’interno del contenitore. L’artista, svelando l’artificio, priva l’opera del suo segreto per restituire la purezza dell’idea.

L’incompiutezza come metafora

Uno dei lavori più recenti e suggestivi è 644 (2025), una fotografia a colori di un paesaggio collinare idilliaco. Su ognuna delle pecore al pascolo è sovrapposto un numero da 1 a 644. Questo rimanda al conteggio che i bambini fanno per addormentarsi, e visivamente traduce il concetto di incompiutezza che dà il titolo alla mostra. In un’esposizione nata nel contesto di una perdita, l’interruzione del conteggio non per esaurimento della sequenza, ma per l’arrivo del sonno, assume nuovi significati legati all’assenza.

La stagione espositiva veneziana del 2026 è stata caratterizzata da una serie di perdite nel mondo dell’arte, tra cui Koyo Kouoh e Henrike Naumann. In questo contesto, il registro elegiaco delle “Minor Keys” di Kouoh per la Biennale e la rielaborazione dell’assenza nel Padiglione Germania, si connettono con l’esplorazione dell’incompiutezza e della perdita presente nell’opera di Ceal Floyer a Palazzo Diedo.

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