Mario Raciti, artista che ha sempre mantenuto una posizione autonoma rispetto alle correnti artistiche dominanti, è al centro di una mostra presso il Palazzo Reale di Milano. L’esposizione, intitolata “Mario Raciti. Opere 1952-2025”, è aperta dal 1° luglio al 20 settembre 2026 e rappresenta la prima grande mostra dedicata all’artista in settantadue anni di attività. Il suo studio, descritto come una “magnifica baraonda”, contrasta con la compostezza dello spazio espositivo, riflettendo la natura elusiva e non convenzionale del suo lavoro.
La Ricerca dell’Invisibile e la “Lucida Disfatta”
La pittura di Raciti è animata dal desiderio di rappresentare “il quadro che non c’è”, un’aspirazione a qualcosa che si rarefà, che non è possibile concepire. Questa ricerca si manifesta in una luce “folgorante che a un certo momento si annulla”, un’espressione di potenza che si disfa e si allenta. Fin dai primi anni Sessanta, Raciti ha dichiarato la sua indipendenza dalle tendenze come la pop-art o l’arte concettuale, definendosi un “cane sciolto” che ha sempre perseguito un proprio mondo espressivo. La mostra a Palazzo Reale, per l’artista, assume un carattere “quasi irreale”, poiché la sua natura è quella di essere al di fuori delle codificazioni ufficiali.
Il concetto di “lucida disfatta”, attribuito al suo lavoro da Vittorio Fagone, non è per Raciti una resa, ma una condizione. È il tentativo frustrato di aprire una “famosa porta” che la società impedisce di spalancare. Nonostante questa impossibilità, Raciti mantiene una “disfatta speranzosa”, affidando ai giovani la possibilità di un “nuovo Rinascimento” attraverso un’apertura corale. Il bianco, colore dominante in alcune sue opere, è associato al nulla e a un mondo utopico, da cui l’artista auspica che l’arte possa trarre nuova linfa.
Edipo, la Morte e la Critica al Mercato
La riflessione sulla morte è un tema centrale per Raciti, che la vede non come un termine ultimo, ma come una suggestione che può essere colmata solo dall’immaginazione. L’artista percepisce un “oltre” che va al di là della costituzione fisica, un sentimento di continuità che si lega alla sua pittura. Egli si definisce “figlio di Edipo”, portatore di una “cecità” che si trasforma in “luce veggente”, un peso di tradizione e cultura che lo connette al cosmo. Questa affinità con Edipo è il punto di partenza della mostra a Palazzo Reale, dove l’opera “Edipo a Colono” di Raciti è posizionata al centro della seconda sala, simboleggiando la sparizione e il confine tra esperienza e invisibile.
Raciti esprime una chiara critica al sistema dell’arte contemporaneo, che a suo parere è stato “rovinato” dal mercato, trasformando l’arte in merce. L’artista lamenta che il valore delle opere sia spesso legato a dinamiche di capitale e sostegno economico, piuttosto che al merito intrinseco. Nonostante le difficoltà e la percezione di un mondo che gli impedisce di evolvere pienamente, Raciti trova una “strana felicità” nel processo creativo, nel realizzare un quadro che gli sembra aver raggiunto il suo scopo. Questa felicità è fatta di contrasti, una “verità sfuggente” che si manifesta nel suo lavoro. La sua visione è riassunta in una frase che attribuisce a Hölderlin: “La filosofia dice tanto. La scienza dice tanto”. E il resto, conclude Raciti, “lo dicono i poeti”.
