Delcy Morelos: ‘origo’ al Barbican Centre, la Terra come Archivio Vivente

scritto da Redazione
Veduta dell'installazione 'origo' di Delcy Morelos al Barbican Centre, con il padiglione ovoidale in terra e i visitatori all'interno.

Dal 15 maggio al 31 luglio 2026, il Barbican Centre di Londra ospita ‘origo’, l’installazione dell’artista colombiana Delcy Morelos. Curata da Diego Chocano, l’opera è collocata all’aperto nella Sculpture Court del complesso culturale. Morelos, nata nel 1967 a Tierralta, nella regione colombiana di Córdoba, e formatasi alla Cartagena School of Fine Arts, è oggi attiva a Bogotá. La sua ricerca artistica si concentra sulla terra, intesa non solo come materiale scultoreo, ma come sostanza viva, archivio organico e campo relazionale e politico.

‘origo’: Forma e Significato

L’installazione ‘origo’ si presenta come un grande padiglione ovoidale e multisensoriale, con una larghezza di ventiquattro metri. I visitatori sono invitati a percorrere passaggi che richiamano grotte, fino a raggiungere un patio centrale concepito per la sosta e pratiche meditative. La forma egg-like del padiglione evoca l’uovo come figura archetipica della generazione, ma anche una cavità primaria, uno spazio di contenimento e trasformazione da cui ogni corpo sembra provenire e verso cui simbolicamente ritorna.

Questa configurazione ovoidale introduce un elemento inedito nella pratica di Morelos, dove il vocabolario del suolo si unisce a quello della nascita, della cavità e della gestazione. L’opera si inserisce nel contesto brutalista del Barbican, creando una contro-architettura della materia. Alla rigidità minerale del cemento, Morelos contrappone la densità orizzontale del suolo; alla grammatica razionale dell’architettura moderna, una presenza scura, odorosa, instabile e deperibile, che trascende la pura visibilità.

La Terra come Contro-Architettura e Memoria

La terra in ‘origo’ non è una sostanza astratta, ma è sempre situata, distinta in ogni geografia e segnata da climi, memorie, coltivazioni, migrazioni, sfruttamenti, sepolture e forme di violenza specifiche. Nonostante queste specificità, la sua materia umida e fertile, intensamente popolata di vita e di fine, sembra conservare una grammatica comune. Essa contiene gli inizi e le fini del mondo, genera e decompone, nutre e riceve, custodisce e trasforma. L’opera non conduce a un’origine pura, ma a un’origine composita e ferita, dove ogni principio è già attraversato dalla memoria di ciò che è stato.

La scelta di utilizzare terra locale accentua ulteriormente questa stratificazione. Ogni suolo è geograficamente distinto per consistenza, colore, densità e aderenza, ma è anche storicamente situato. Nel contesto londinese e all’interno del Barbican, questa materia non può essere considerata neutra. La terra diventa ciò che raccoglie e trasforma, assorbendo la storia non come narrazione astratta, ma come deposito materiale. Morelos sottolinea che il suolo non è solo uno scenario o un supporto, ma un luogo di assorbimento, metamorfosi e restituzione.

In questa concezione del suolo come corpo trasformativo risiede la potenza anti-estrattiva dell’opera. Morelos sottrae la terra alla logica della disponibilità, alla sua riduzione a risorsa, proprietà o superficie produttiva. La restituisce invece come matrice relazionale, una materia che non appartiene al soggetto ma lo sostiene, lo attraversa e persiste. Emerge una tensione simbolica profonda: la terra non è una madre idealizzata, ma un campo di interdipendenze, un luogo dove corpi, memorie e territori rivelano la comune esposizione alla cura e alla violenza. Se l’estrattivismo separa, misura, perfora e consuma, ‘origo’ ricompone una grammatica del contatto basata sulla prossimità, sulla trasformazione e sulla responsabilità verso ciò che rimane.

Un’Esperienza Multisensoriale e Immersiva

La dimensione multisensoriale dell’installazione contribuisce a questa visione. I materiali, gli odori, l’ombra dei passaggi, la cavità del padiglione e la possibilità della sosta non mirano a un’immersione spettacolare, ma a una lenta rieducazione della presenza. Entrare in ‘origo’ significa accettare una postura percettiva diversa, non più frontale, distante e contemplativa, ma immersiva, lenta, quasi rituale. Il corpo non osserva la materia dall’esterno, ma riconosce di esserne parte, residuo, promessa e trasformazione. In questa cavità terrestre, il visitatore non attraversa semplicemente un’opera, ma viene riattraversato da ciò che credeva di abitare dall’esterno. La terra, in ‘origo’, circonda e riattiva, fungendo da luogo in cui ogni storia precipita e da cui ogni forma può, ancora una volta, ricominciare.

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