Non è semplice stabilire quando un giovane artista smetta di essere soltanto una promessa e cominci a diventare una presenza. Non bastano una mostra, una pagina sui social o qualche opera venduta. Occorrono continuità, riconoscibilità e soprattutto un linguaggio che non sembri preso in prestito.
Nel caso di Valerio Zezur, ventiquattro anni, nato in Ucraina nel 2001 e oggi residente a Taglio di Po, in provincia di Rovigo, il dato più interessante non è ancora la consacrazione — sarebbe prematuro parlarne — ma la velocità con cui il suo nome sta uscendo da una dimensione esclusivamente territoriale. Mostre personali, presentazioni pubbliche, piattaforme dedicate all’arte contemporanea e un libro autobiografico stanno componendo il profilo di un autore giovane, ancora in costruzione, ma già riconoscibile.
Zezur lavora principalmente attraverso una pittura astratta e polimaterica. Acrilico, gesso, sabbia, carta, metalli, elementi plastici e materiali di recupero vengono sovrapposti, incisi o lasciati emergere dalla superficie. La tela non è utilizzata come uno spazio neutro sul quale distribuire il colore: diventa un corpo, una parete che trattiene ciò che è accaduto.
Nelle sue opere ricorrono fratture, rilievi, stratificazioni e improvvise presenze dorate. L’oro, più che un elemento ornamentale, assume il significato di una luce che non cancella la ferita ma la rende visibile. È questo contrasto tra peso e apertura, tra materia deteriorata e possibilità di ricostruzione, a costituire uno dei tratti più riconoscibili del suo lavoro. La sua produzione viene avvicinata all’espressionismo materico e alla tradizione informale europea, pur mantenendo un’impostazione fortemente autobiografica.
Una storia personale che entra nella materia
La biografia di Zezur è inevitabilmente parte della sua ricerca, ma sarebbe un errore ridurre le opere alla semplice illustrazione di una storia dolorosa.
Dopo la perdita della madre durante l’infanzia, gli anni trascorsi in un orfanotrofio ucraino e il successivo arrivo in Italia attraverso l’adozione, la sua crescita è proseguita tra nuove fratture, difficoltà relazionali e una lunga ricerca di appartenenza. L’arte è arrivata non come esercizio accademico, ma come una forma di necessità: un modo per attribuire forma e consistenza a esperienze che le parole, almeno inizialmente, non riuscivano a contenere.
È proprio qui che il lavoro di Zezur trova la sua parte più convincente. Il vissuto non viene collocato accanto alle opere per aumentarne l’impatto emotivo; entra nel modo stesso in cui vengono costruite. La sovrapposizione dei materiali richiama una memoria fatta di depositi. Le spaccature sembrano interrompere la superficie, mentre l’oro e il colore tentano di ricomporla senza nasconderne le cicatrici.
Non è una pittura conciliante. Non cerca la precisione formale né una bellezza immediatamente rassicurante. Chiede piuttosto allo spettatore di sostare davanti a superfici irregolari, a volte quasi abrasive, nelle quali la vulnerabilità convive con una notevole energia visiva.
La critica Caterina Stringhetta, in un approfondimento pubblicato da The Art Post Blog, ha descritto il suo lavoro come un’arte nata dall’urgenza e dalla trasformazione, sottolineando come Zezur non dipinga semplicemente per decorare, ma per dare voce a qualcosa che altrimenti resterebbe sommerso. È una lettura che aiuta a comprendere perché la componente autobiografica, pur molto presente, non esaurisca il valore della sua ricerca.
Opere che entrano nella fascia delle quattro cifre
Anche il posizionamento economico comincia a cambiare. Il catalogo ufficiale presenta numerosi lavori come opere uniche, con prezzi comunicati su richiesta, mentre sul portale internazionale ArtMajeur Il caos delle emozioni, un acrilico su tela di 50 per 50 centimetri, è stato inserito con un valore richiesto di 1.658 franchi svizzeri.
Il dato va interpretato con precisione. Non si tratta di un risultato d’asta e neppure, da solo, di una quotazione consolidata. È un prezzo di proposta, stabilito all’interno del mercato primario dell’artista. Tuttavia, il superamento della soglia del migliaio indica la volontà di collocare almeno una parte della produzione in una fascia non più puramente occasionale o amatoriale.
Per un autore così giovane, il passaggio decisivo sarà ora dimostrare che questi valori possono essere sostenuti da acquisizioni documentate, continuità espositiva, collezionisti indipendenti e riconoscimenti critici. La costruzione di un mercato credibile richiede tempo. Nel caso di Zezur, però, il processo sembra essere iniziato: la sua produzione non viene più presentata soltanto come espressione personale, ma come un corpus catalogato, riconoscibile e destinato alla circolazione.
Dal Veneto alla Lombardia, i primi segnali di un percorso più ampio
Negli ultimi mesi il lavoro di Zezur ha trovato spazio in diversi contesti pubblici. A Rovigo, dal 28 marzo al 7 aprile 2026, il Circolo Culturale Arti Decorative ha ospitato una sua personale dedicata al rapporto tra memoria, materia e rinascita. Nel maggio successivo l’artista è arrivato per la prima volta in Lombardia con una mostra personale al Centro Studi Giuseppe Parini di Bosisio Parini, patrocinata dal Comune e accompagnata da momenti di creazione dal vivo.
Sono ancora tappe iniziali e prevalentemente legate a circuiti territoriali o indipendenti. Sarebbe eccessivo descriverlo come un artista già affermato a livello nazionale. È però altrettanto evidente che il suo percorso non è più confinato a una sola città: la presenza in regioni diverse, l’inserimento in portali italiani e internazionali e la crescente attenzione della stampa locale e culturale indicano un tentativo concreto di costruire una dimensione più ampia.
Zezur sembra trovarsi nel punto esatto in cui un artista emergente deve scegliere che cosa diventare. Può affidarsi alla potenza della propria biografia oppure usarla come fondamento per sviluppare una ricerca capace di reggersi anche senza spiegazioni. La seconda strada è più difficile, ma è quella che può condurlo oltre il racconto personale.
Il libro come seconda superficie
Accanto alle tele c’è Dentro l’incubo, oltre il buio, il memoir nel quale Zezur ricostruisce il viaggio dall’infanzia in Ucraina all’arrivo in Italia, passando attraverso l’orfanotrofio, l’adozione, l’instabilità e la ricerca della propria identità.
Il libro è disponibile in formato cartaceo ed elettronico ed è distribuito da Youcanprint e attraverso diversi store librari. La scheda editoriale lo presenta come una testimonianza diretta, volutamente asciutta, che affronta temi quali l’infanzia negata, l’adozione, l’abuso, l’identità e la resilienza senza cercare facili assoluzioni o pietà.
La pubblicazione non appare come un’operazione separata dalla pittura. È piuttosto l’altra superficie sulla quale Zezur deposita la propria memoria. Nelle tele utilizza materiali, incisioni e colore; nel libro ricorre alla parola. Il soggetto, tuttavia, resta lo stesso: la possibilità di attraversare il trauma senza permettere che diventi l’unica definizione della propria esistenza.
Questo dialogo tra arte e scrittura rappresenta probabilmente il carattere più particolare del suo progetto. Le presentazioni del volume vengono spesso inserite all’interno delle mostre, evitando la divisione tradizionale tra esposizione e incontro letterario. A Bosisio Parini, per esempio, il libro è stato presentato come parte di un unico percorso culturale, insieme alle opere e alla realizzazione dal vivo.
Un artista da osservare senza anticipare il verdetto
Valerio Zezur non è ancora un nome consacrato dal sistema dell’arte. Non ha alle spalle risultati d’asta rilevanti, una rappresentanza consolidata da parte di gallerie primarie o un percorso museale capace di stabilirne definitivamente la posizione. Sostenerlo oggi sarebbe promozione, non giornalismo.
Ma ignorare i segnali sarebbe altrettanto superficiale.
A ventiquattro anni Zezur possiede già un linguaggio riconoscibile, un nucleo tematico coerente, un catalogo in sviluppo, alcune opere proposte nella fascia delle quattro cifre, mostre personali fuori dalla regione in cui vive e un libro capace di collegare il lavoro artistico alla sua storia umana.
Le porte del panorama nazionale non sono ancora spalancate. Valerio Zezur, però, sembra aver cominciato ad attraversarne la soglia. E il vero motivo per seguirlo non è soltanto ciò che ha vissuto, per quanto difficile e fuori dall’ordinario. È capire fin dove saprà portare quella materia, ora che il pubblico ha iniziato a guardarla.



