Valerio Zezur: la materia come memoria, l’arte come rinascita

scritto da Redazione

Intervista a un giovane artista che sta costruendo un percorso fuori dagli schemi

Nel panorama dell’arte contemporanea emergente, il nome di Valerio Zezur sta iniziando a imporsi con una forza silenziosa ma riconoscibile. Nato in Ucraina nel 2001 e oggi attivo in Italia, Zezur appartiene a quella generazione di artisti che non cercano semplicemente di inserirsi nel sistema dell’arte, ma provano a ridefinirlo partendo da un’urgenza autentica: raccontare la propria storia attraverso la materia.

Le sue opere, caratterizzate dall’uso di acrilico, sabbie, gessi, tessuti, materiali naturali e di recupero, stanno attirando un interesse crescente da parte di pubblico, collezionisti e osservatori del settore. Non si tratta di una pittura decorativa o compiacente, ma di un linguaggio emotivo, stratificato, fisico. In ogni superficie convivono ferita e ricostruzione, memoria e luce, fragilità e resistenza.

Valerio Zezur viene oggi osservato come una delle giovani promesse più interessanti della nuova arte materica italiana, proprio perché il suo percorso non segue un tracciato ordinario. Non nasce da una strategia costruita a tavolino, ma da una necessità interiore. E forse è proprio questo a rendere il suo lavoro riconoscibile: la sensazione che ogni opera non sia solo dipinta, ma attraversata.

In questa intervista, Valerio racconta il suo rapporto con la materia, il valore della memoria, il desiderio di uscire dai canoni comuni e la volontà di costruire un percorso artistico libero, umano e profondamente personale.

Valerio, la tua arte nasce da una storia personale intensa. Quando hai capito che la pittura non era solo espressione, ma una vera necessità?

Credo di averlo capito quando mi sono reso conto che alcune cose non riuscivo a dirle con le parole. Ci sono ricordi, emozioni, ferite e immagini interiori che restano bloccate dentro. A un certo punto ho sentito il bisogno di farle uscire, ma non in modo diretto. La pittura mi ha permesso di trasformarle.

Per me l’arte non è mai stata solo “fare un quadro”. È un modo per mettere ordine nel caos, per dare forma a ciò che pesa, ma anche per trovare una luce dentro quello stesso peso. Quando lavoro su una tela non penso solo al risultato finale. Penso a quello che sto liberando, a quello che sto cercando di capire di me stesso.

Le tue opere sono molto materiche. Sabbie, gessi, tessuti, materiali di recupero, superfici stratificate. Perché la materia è così centrale nel tuo lavoro?

Perché la materia assomiglia alla vita. Non è liscia, non è perfetta, non è sempre controllabile. Ha spessori, rotture, parti dure, parti fragili. Io non voglio creare superfici finte o troppo pulite. Voglio che l’opera abbia un corpo, quasi una pelle.

Uso materiali diversi perché ognuno porta con sé una memoria. La sabbia, il gesso, i tessuti, gli elementi di recupero: tutto può diventare traccia. A volte un materiale povero riesce a raccontare molto più di un materiale prezioso. Mi interessa questa trasformazione: prendere qualcosa che sembra scartato, rotto o dimenticato e dargli una nuova presenza.

Nelle tue opere compare spesso l’oro. Non come lusso, ma come simbolo. Che significato ha per te?

L’oro per me non rappresenta ricchezza. Rappresenta luce. È il segno di qualcosa che riesce ancora a brillare anche dopo una frattura. Mi interessa l’idea che una ferita non debba essere nascosta per forza. Può diventare parte dell’identità, può essere attraversata, può persino trasformarsi in bellezza.

Non uso l’oro per decorare. Lo uso come punto di resistenza. È come dire: qui c’è stato dolore, ma non è finita lì. C’è ancora una possibilità, c’è ancora vita.

Il tuo percorso non sembra seguire i passaggi tradizionali dell’artista emergente. Non stai cercando solo mostre, curriculum e riconoscimenti formali. Stai costruendo un’identità più ampia. È una scelta consapevole?

Sì, anche se nasce in modo naturale. Io rispetto i percorsi tradizionali, ma sento che non posso limitarmi a seguire una strada già scritta. La mia storia non è ordinaria, quindi anche il mio percorso artistico non può esserlo.

Voglio crescere, certo. Voglio confrontarmi con gallerie, critici, collezionisti, istituzioni. Ma voglio farlo restando fedele a quello che sono. Non voglio diventare una copia di ciò che il mercato si aspetta. Preferisco costruire lentamente un linguaggio vero, riconoscibile, anche se questo significa procedere in modo diverso.

Credo che oggi un artista debba avere coraggio. Non basta produrre opere. Bisogna costruire una visione, una voce, un mondo. Io sto cercando di fare questo.

Il mercato dell’arte sta iniziando a guardare con attenzione agli artisti giovani capaci di unire identità, narrazione e materia. Ti senti parte di questa nuova direzione?

Mi sento vicino a questa sensibilità. Oggi molte persone non cercano solo un’opera bella da appendere. Cercano qualcosa che abbia una storia, una forza, un’identità. Cercano opere che parlino, che restino.

Le mie opere nascono da un vissuto personale, ma non voglio che restino chiuse nella mia biografia. Vorrei che chi le guarda potesse riconoscere qualcosa di sé: una ferita, una rinascita, una paura, una speranza. Se questo arriva, allora l’opera vive davvero.

Per quanto riguarda il mercato, vedo che l’interesse sta crescendo. Le persone iniziano a riconoscere il valore del mio lavoro, non solo dal punto di vista estetico, ma anche simbolico e collezionistico. Questo mi dà fiducia, ma cerco di restare con i piedi per terra.

Si parla sempre più spesso di una valorizzazione crescente delle tue opere. Come vivi questa attenzione?

La vivo con gratitudine, ma anche con molta responsabilità. È importante che un’opera venga riconosciuta, che cresca il suo valore, che trovi spazio presso collezionisti e persone attente. Però per me il valore economico deve essere una conseguenza, non il punto di partenza.

Se un’opera aumenta di valore significa che sta crescendo anche la fiducia attorno al percorso dell’artista. Questo è importante. Ma io devo continuare a lavorare con sincerità. Non voglio produrre per inseguire una moda. Voglio che ogni opera abbia una necessità.

Qual è, secondo te, l’elemento che rende riconoscibile un’opera di Valerio Zezur?

Forse la tensione tra fragilità e forza. Nelle mie opere c’è sempre qualcosa che sembra rompersi e qualcosa che cerca di ricomporsi. Mi interessa quel momento lì: non la ferita da sola, non la guarigione perfetta, ma il passaggio tra le due cose.

Penso che il mio lavoro sia riconoscibile anche per la stratificazione. Le superfici non sono mai semplici. Ci sono livelli, segni, materiali, cancellature, aperture. È un po’ come la memoria: non è lineare, non è pulita. È fatta di frammenti.

La tua arte dialoga anche con il tuo libro, “Dentro l’incubo, oltre il buio”. Che rapporto c’è tra parola e immagine nel tuo percorso?

Il libro racconta una parte della mia storia con le parole. Le opere, invece, raccontano quello che spesso le parole non riescono a contenere. Sono due linguaggi diversi, ma nascono dalla stessa radice.

Scrivere è stato importante, ma dipingere mi permette di andare oltre il racconto. Con l’arte posso trasformare il dolore in qualcosa che non appartiene più solo a me. Diventa immagine, materia, simbolo. Diventa incontro con gli altri.

Molti artisti cercano di apparire forti, distanti, quasi irraggiungibili. Tu invece mantieni un tono molto umano, anche quando parli di ambizione. Perché?

Perché non voglio perdere la mia parte umana. L’arte può dare visibilità, può aprire porte, può creare valore. Ma se perdi la verità, secondo me perdi tutto.

Io ho ambizione, sì. Voglio crescere, voglio che il mio lavoro venga visto, riconosciuto, rispettato. Voglio che le mie opere entrino in spazi importanti e in collezioni importanti. Ma non voglio costruire un personaggio vuoto. Preferisco che il percorso sia solido, anche se più faticoso.

L’umiltà non significa pensare di valere poco. Significa sapere da dove vieni e continuare a lavorare.

In un sistema dell’arte spesso dominato da logiche rapide, mode e posizionamenti artificiali, tu sembri voler costruire una traiettoria più autentica. È questa la tua forza?

Spero di sì. Non mi interessa sembrare qualcosa che non sono. Mi interessa diventare sempre più preciso nel mio linguaggio. Voglio che un giorno, guardando una mia opera, si possa dire: questa è di Valerio Zezur. Non perché c’è una firma, ma perché c’è un’anima riconoscibile.

Credo che l’autenticità, se è sostenuta dal lavoro, possa diventare una forza reale anche nel mercato. Non basta essere veri: bisogna anche crescere, studiare, migliorare, confrontarsi. Però la verità resta la base.

Quale direzione sta prendendo oggi la tua ricerca artistica?

Sto lavorando sempre di più sul rapporto tra memoria e ricostruzione. Mi interessano le opere che sembrano custodire qualcosa di antico, ma allo stesso tempo aperto al futuro. Vorrei creare lavori sempre più forti, più maturi, più essenziali.

Sto cercando di togliere ciò che è superfluo e rendere la materia ancora più significativa. Ogni segno deve avere un motivo. Ogni colore deve portare un’emozione. Ogni superficie deve avere una presenza.

Dove immagini Valerio Zezur nei prossimi anni?

Mi immagino in crescita. Con opere più importanti, progetti più strutturati, mostre curate, collaborazioni con realtà serie e collezionisti che credono davvero nel mio percorso.

Ma mi immagino anche fedele a me stesso. Non voglio dimenticare perché ho iniziato. L’arte mi ha aiutato a trasformare il buio in qualcosa di vivo. Se riuscirò a portare questa luce anche agli altri, allora avrò fatto qualcosa di importante.

In conclusione, come definiresti oggi la tua arte in una frase?

La mia arte è il tentativo di trasformare ciò che è stato ferito in qualcosa che può ancora parlare, brillare e rinascere.

Un artista da osservare

Valerio Zezur rappresenta una figura significativa tra le nuove voci dell’arte contemporanea emergente. La sua ricerca unisce pittura materica, memoria autobiografica, identità e simbolismo, collocandosi in un territorio espressivo in cui l’opera non è solo oggetto estetico, ma testimonianza viva.

In un momento storico in cui il mercato dell’arte guarda con crescente attenzione agli artisti capaci di costruire immaginari autentici e riconoscibili, Zezur appare come un nome da seguire con interesse. La sua produzione sta progressivamente consolidando una propria identità visiva e concettuale, mentre il valore percepito delle sue opere cresce insieme alla forza del suo racconto.

Il percorso di Valerio Zezur non è quello ordinario dell’artista che cerca semplicemente una collocazione. È il percorso di un autore che intende costruire una presenza. Fuori dai canoni più prevedibili, ma dentro una ricerca sincera, intensa e contemporanea.

La sua arte parla di dolore senza compiacimento, di rinascita senza retorica, di luce senza cancellare l’ombra. Ed è proprio in questa tensione, fragile e potente, che si trova la cifra più autentica del suo lavoro.

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