La Fondazione Elpis di Milano presenta ‘True Reality’, la prima mostra istituzionale in Italia dedicata all’artista britannico Benjamin Jones. Curata da Gabriella Rebello Kolandra, l’esposizione riunisce fotografie analogiche che si concentrano su paesaggi protetti, allestimenti di musei di storia naturale e giardini botanici. Il progetto artistico di Jones, arricchito dai contributi di Linda Fregni Nagler e Stefano Graziani, invita a riflettere sul nostro rapporto con ciò che percepiamo come reale, attraverso immagini di una natura già filtrata e modificata dall’intervento umano.
La fotografia come interrogazione del reale
Storicamente, la fotografia ha avuto il compito di riprodurre la realtà in modo fedele. Nel tempo, tuttavia, il suo ruolo si è evoluto, trasformandosi da semplice strumento di rappresentazione a mezzo per indagare la realtà stessa. La mostra ‘True Reality’ si sviluppa proprio da questa tensione, ponendo interrogativi sulla fiducia che possiamo riporre in ciò che vediamo. Il titolo stesso, ‘True Reality’, suggerisce una contraddizione: l’esistenza di una ‘vera realtà’ implica l’esistenza di qualcosa che ne possiede l’aspetto senza esserlo pienamente. La ricerca di Jones si colloca su questa soglia, tra ciò che esiste e la sua rappresentazione, tra natura e artificio, tra esperienza e immagine.
L’interesse dell’artista per le istituzioni museali di storia naturale lo porta a confrontarsi con luoghi che custodiscono e mostrano la natura attraverso la sua ricostruzione. Nelle sue opere, si osservano animali tassidermizzati, diorami museali, giardini botanici e paesaggi ricostruiti. Questi elementi, pur essendo stati reali o derivati dalla natura, sono stati sottratti al loro contesto originale, conservati, classificati e poi rimessi in scena dall’uomo. La fotografia di Jones non si limita a documentare il mondo, ma la rappresentazione di un mondo, mettendo in evidenza come la realtà che dovrebbe registrare sia spesso già il risultato di un processo di ricostruzione e messa in scena.
Manipolazione e percezione umana
Un aspetto centrale della pratica di Jones è il suo intervento sull’immagine per avvicinarla all’esperienza umana del reale. Mentre la macchina fotografica può registrare una scena con precisione nella sua interezza, l’occhio umano opera diversamente: mette a fuoco, si sposta, perde dettagli e ricompone. Jones interviene sulla fotografia analogica prima dello sviluppo, utilizzando il fissatore per creare aree di sfocatura. Questo gesto artificiale mira a sottrarre alla fotografia quella precisione meccanica che non appartiene alla visione umana, rendendo l’immagine più fedele al modo in cui percepiamo il mondo.
Un esempio di questa tecnica è l’opera ‘The World in Your Head’, dove stampe analogiche di grande formato compongono una sequenza di sguardi verso la serra del Burggarten di Graz. Ogni fotografia mostra una porzione, ma la loro successione non ricompone un panorama unitario. Fasci di luce, sfumature e zone sfocate interrompono la continuità, riflettendo come lo sguardo umano si sposti e metta a fuoco, lasciando inevitabilmente altri dettagli ai margini. La scena non si presenta mai in modo completo e definito, ma si forma attraverso una successione di frammenti, un processo simile a quello della memoria, dove un luogo non sopravvive come un’immagine nitida, ma attraverso dettagli e porzioni di spazio.
Rappresentazione e costruzione del mondo
Oltre alla manipolazione diretta dell’immagine, Jones si confronta con una seconda forma di rappresentazione: ciò che fotografa è spesso già una costruzione. Nei musei di storia naturale, i diorami ricreano habitat con sfondi dipinti, vegetazione artificiale e animali tassidermizzati. Sono mondi costruiti per apparire naturali, rappresentazioni tridimensionali che Jones riporta sulla superficie fotografica. In opere dedicate alle farfalle, ad esempio, l’artista fotografa esemplari conservati in teche da punti di vista differenti. L’oggetto rimane immobile e classificato, ma è lo sguardo che cambia, tentando continuamente di ricomporlo.
L’esplorazione della ‘vera realtà’ di Jones implica un confronto con i frammenti attraverso cui costruiamo la nostra esperienza quotidiana del mondo. Questa condizione si estende oltre l’immagine fotografica, in un contesto contemporaneo dove ciò che è costruito può apparire più nitido e convincente del reale. La questione non è solo distinguere il vero dal falso, ma comprendere come costruiamo ciò che riconosciamo come realtà. La fotografia di Jones non risolve questa ambiguità, ma la riproduce, rivelando la costruzione continua del reale. La mostra invita a riflettere non solo su cosa sia reale, ma anche attraverso quali immagini, percezioni e ricordi continuiamo a definire la nostra realtà.
