Il Parco Archeologico di Pompei è la sede della mostra “Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology”, aperta al pubblico fino a novembre 2026. Curata da Cesare Biasini Selvaggi, l’esposizione presenta oltre trenta sculture monumentali dell’artista britannico Philip Colbert, il cui alter ego, l’astice antropomorfo, è un elemento centrale e riconoscibile delle sue opere. L’iniziativa ha generato un dibattito sulla compatibilità tra l’estetica pop dell’artista e la profondità storica del sito archeologico.
L’estetica di Colbert e l’indifferenza al contesto
Le opere di Philip Colbert sono concepite per una leggibilità immediata e per essere compatibili con le aspettative della comunicazione digitale e social. Caratterizzate da colori saturi, monumentalità, ironia pop e kitsch, le sculture incorporano citazioni della classicità ridotte a segni facilmente riconoscibili. Questo linguaggio, sebbene efficace sul piano comunicativo, appare sostanzialmente impermeabile ai contesti che attraversa. Le stesse opere, infatti, potrebbero essere collocate in luoghi come le piramidi di Giza, Versailles, il Colosseo o Central Park senza che il loro significato subisca modifiche sostanziali. Il riferimento dichiarato a un mosaico pompeiano raffigurante una lotta tra un’aragosta, una murena e un polpo è stato considerato un richiamo debole e insufficiente a giustificare un dialogo significativo con il sito archeologico di Pompei, uno dei documenti più rilevanti della civiltà antica.
Patrimonio culturale e visibilità mediatica
La mostra di Colbert a Pompei è stata interpretata come un esempio di una tendenza più ampia nel panorama culturale contemporaneo. In questo modello, il patrimonio storico certifica il prestigio dell’artista, il successo commerciale del suo linguaggio e la sua capacità di attrarre pubblico. Parallelamente, l’artista garantisce al patrimonio una nuova visibilità mediatica. Questo scambio, sebbene coerente con i principi dell’economia dell’attenzione, solleva interrogativi sulla sua validità sul piano culturale. Pompei, con la sua storia e la sua capacità di evocare temi come la vulnerabilità umana, la catastrofe, la memoria e il tempo, non sembra necessitare di essere attualizzata attraverso un’estetica pop-kitsch, essendo già contemporanea per la forza intrinseca del suo racconto.
La fragilità del progetto curatoriale
Ogni intervento artistico in un contesto come Pompei dovrebbe confrontarsi con la densità del luogo, accettando il rischio di un possibile fallimento. Nel caso di “Philip Colbert in Pompeii”, l’apparato installativo è stato percepito come disturbante, senza però produrre sorpresa o mettere in discussione il linguaggio dell’artista. Il progetto sembra funzionare con l’efficienza di un dispositivo comunicativo ben congegnato, generando immagini iconiche, ampia visibilità e diffusione mediatica. La curatela ha tentato di attribuire all’operazione una profondità etica, presentando le opere come una satira della guerra, dell’avidità, della crisi climatica e dell’incapacità umana di apprendere dalla storia, suggerendo Pompei come luogo ideale per tale riflessione. Tuttavia, la fragilità del progetto emerge proprio qui: i grandi temi evocati sembrano appartenere più al discorso che accompagna la mostra che alle opere stesse. Temi come guerra, emergenza ambientale, memoria, responsabilità civile e rinascita, sebbene condivisibili e ricorrenti nell’arte contemporanea istituzionale, non garantiscono da soli una profondità critica. Le opere di Colbert non generano quello spiazzamento critico che l’arte contemporanea dovrebbe produrre, mantenendo una poetica sostanzialmente autoreferenziale. Il rapporto con il genius loci appare marginale, e sembra che sia il luogo antico a dover legittimare l’opera contemporanea, piuttosto che il contrario. Il dialogo con Pompei non è stato realmente instaurato; la città antica funge da prestigioso fondale per una strategia di comunicazione, senza essere un vero interlocutore. La questione fondamentale del “perché a Pompei” non sembra essere stata affrontata dalla curatela.
