PhEST Monopoli 2026: Arte e Fotografia tra Conflitti e Realtà Digitali

scritto da Redazione
Immagine rappresentativa del festival PhEST Monopoli 2026, con riferimenti alle tematiche di guerra e tecnologia.

Il festival PhEST 2026: Storie del paesaggio e traiettorie dei corpi in guerra

L’undicesima edizione del festival internazionale di fotografia e arte PhEST di Monopoli, in Puglia, è visitabile fino al 1 novembre 2026. L’evento si concentra sull’impatto dei conflitti diffusi sui fenomeni naturali e sulla distruzione che ne consegue, spesso sottovalutata rispetto agli eventi naturali improvvisi. Il festival indaga anche la precarietà degli spazi di vita, la violenza e la lotta per la sopravvivenza in un contesto geografico esteso e vario, affrontando al contempo la saturazione informativa e tecnologica del presente.

Visioni sull’inferno terrestre e la violenza

Nei sotterranei del castello-bastione Carlo V di Monopoli, noti anche come Sala delle armi, il progetto Inferno di Roger Ballen (New York, 1950) evoca un purgatorio esteso, abitato da silhouette che richiamano una passata esistenza terrena. L’opera, realizzata con Marguerite Rossouw, si ispira alla Commedia dantesca e si manifesta attraverso un percorso onirico di ombre e buio, culminando in un’opera video che anima queste figure in un contesto di inferno terrestre.

Presso il Monastero di San Leonardo, la fotografa e artista visiva Victorine Alisse (Parigi, 1992) presenta la serie We will stay here as long as there will be thym and olives. L’esposizione documenta la pervasività di un limbo predatorio e coloniale che priva le collettività agrarie palestinesi del diritto all’esistenza. Partendo dalla comunità di Wadi Fukin, Alisse denuncia gli espropri e le violenze attraverso istantanee della quotidianità, dei suoni e dei volti, evidenziando la resilienza della vita oltre la distruzione e i confini imposti. L’allestimento include un tessuto elastico che avvolge lo scheletro della serie fotografica, evocando un sudario o l’involucro di una serra.

Tra distopia classica e nuove realtà digitali

Nella chiesa di San Salvatore, gli scatti fotografici di Horst von Harbou (Nowa Huta, 1879 – Potsdam, 1953) richiamano le scene del film muto Metropolis di Fritz Lang (Germania, 1927), sceneggiato da Thea von Harbou. Le immagini restituiscono una realtà distopica, dove un centro di controllo esercita un potere illimitato su una società di uomini fragili, costretti all’azione ripetuta di un meccanismo distruttivo. Questa visione si ripropone oggi nella logica della visibilità sui social media.

Al piano superiore del Monastero di San Leonardo, l’installazione ambientale We Won’t Tell Daddy! di Nina Pacherová (Slovacchia, 1998) analizza il protagonismo delle mode digitali, come la #bathroomchallenge di TikTok. L’artista sovverte l’uso manipolatorio del deepfake, impiegandolo per proteggere l’identità dei bambini ripresi nei video originali, sostituendo i loro tratti somatici con i propri. L’opera, che utilizza tessuto morbido e peluche, riflette sui rischi di un divertimento tecnologico eccessivo.

Lo spazio della guerra e la memoria del paesaggio

A Casa Santa, Juno Calypso (Londra, 1989) espone il progetto What To do With a Million Years. L’opera si ispira a un bunker costruito negli anni Settanta da Jerry Henderson, amministratore delegato di Avon Cosmetics. Attraverso un cunicolo illuminato da luci rosse e un ambiente con mobili rosa confetto, Calypso evoca un senso di impotenza, kitsch e vuoto, tipico di una salvezza protetta che può generare stasi infeconda.

Al piano superiore del complesso di San Leonardo, Sergey Melnitchenko (Ucraina, 1991) presenta il progetto Along the Dnipro. Per questa ricerca, nel 2025, Melnitchenko ha consegnato venticinque fotocamere usa e getta a militari al fronte, raccogliendo istantanee del tempo trascorso in guerra. La raccolta visiva è stata curata in collaborazione con FOTOVRAMCI.

Nelle stanze del Monastero di San Leonardo, la serie Funfun/Gun del fotografo e regista Marek Kita (Polonia, 1989) esplora la realtà dei campi di addestramento militare per giovani. Kita porta alla luce la commistione di gioco e finalità educativa, interrogando l’immaginario che tale formazione evoca nelle comunità internazionali, attraverso immagini di convivialità infantile in contrasto con reti metalliche.

Infine, lungo le pareti del Porto Vecchio di Monopoli, il progetto Classroom Portraits di Julian Germain (Londra, 1962) espone immagini di classi scolastiche da diverse parti del mondo, come la Deneside Scuola d’infanzia nel Regno Unito (2004) e la Scuola secondaria femminile di Saar in Bahrain (2007). L’esposizione stimola una riflessione sulla gentrificazione e sulla memoria sociale, evocando l’immagine dei giovani pescatori che in passato dovevano rinunciare al percorso scolastico per il sostentamento familiare, offrendo un abbraccio di restituzione alla memoria storica del luogo.

You may also like

Leave a Comment