
Fratta, radici di futuro di Valerio Zezur
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Queste due opere nascono come due corpi separati ma legati da una stessa origine. Valerio Zezur parte da una materia comune, da un gesto pittorico che sembra esplodere sulla tela, e poi interviene su ciascuna opera in modo diverso, come se volesse raccontare due possibilità dello stesso destino: da una parte la materia che si apre, dall’altra la memoria che si ramifica. Nella prima opera, “Radice di Luce”, il movimento centrale sembra emergere dal basso come una forma vegetale, quasi un fiore, una sorgente o una ferita che si apre verso l’alto. Il bianco domina come spazio di respiro, ma non è un bianco vuoto: è un bianco attraversato, graffiato, contaminato da blu profondi, verdi vivi, gialli intensi e tracce materiche che sembrano trattenere il passaggio di qualcosa. Il gesso crea rilievi, pieghe e tensioni, dando alla superficie una presenza fisica. Non è solo pittura: è materia che porta addosso un’esperienza. Nella seconda opera, “Rami della Memoria”, la stessa energia sembra trasformarsi. Qui compaiono segni più netti, ramificazioni brune che attraversano la tela come radici, vene, crepe o percorsi interiori. È come se ciò che nella prima opera era impulso, nascita, apertura, nella seconda diventasse struttura, traccia, memoria. I rami non soffocano la composizione, ma la attraversano. Sembrano ricordare che ogni rinascita non cancella ciò che è stato: lo porta dentro, lo trasforma, lo rende visibile. Il blu richiama la profondità emotiva, il mare interiore, il silenzio delle cose non dette. Il giallo e l’oro introducono invece una luce resistente, non decorativa, ma simbolica: una luce che non arriva per cancellare il dolore, bensì per abitarlo. Il verde porta l’idea della crescita, della natura, della vita che continua anche quando sembrava impossibile. Il marrone, presente soprattutto nella seconda opera, diventa radice, terra, memoria, legame con ciò che resta sotto la superficie. Il simbolo centrale del dittico è proprio questo: la ferita che non resta ferita, ma diventa radice. In queste due tele Valerio Zezur non racconta una rinascita facile o immediata. Racconta piuttosto un processo lento, stratificato, fatto di materia, cicatrici, sovrapposizioni e ritorni. La prima opera sembra dire: “qualcosa dentro di me si apre ancora”. La seconda risponde: “ciò che si è aperto ha trovato radici”. Presentate insieme, le due opere dialogano come due capitoli della stessa storia. Possono essere lette separatamente, ma acquistano maggiore forza quando vengono osservate una accanto all’altra, perché mostrano il passaggio dal gesto alla consapevolezza, dall’esplosione alla forma, dalla ferita alla crescita. “Dove la ferita mette radici” è un dittico intimo e materico, in cui la pittura diventa testimonianza di trasformazione. Non rappresenta semplicemente un fiore, un albero o una composizione astratta: rappresenta il momento in cui qualcosa che sembrava spezzato trova il coraggio di continuare a vivere.