Il Palais de Tokyo di Parigi, sotto la direzione di Guillaume Désanges, propone un approccio espositivo che va oltre la semplice successione di mostre autonome, configurandosi come un ecosistema volto a decostruire il sistema del validismo. Questo paradigma, basato su criteri fisici e psicologici, stabilisce una gerarchia tra corpi considerati normali e anormali in relazione a velocità, performance e produttività. Désanges ribalta tale prospettiva, evidenziando come la fragilità sia una condizione condivisa dall’umanità e dal vivente, non un’eccezione. Il programma espositivo NORMES CORPS, in corso dal 3 aprile al 13 settembre 2026, dimostra come la vulnerabilità possa essere una risorsa creativa, capace di ampliare i confini della rappresentazione e della sensibilità collettiva.
Decostruire il validismo e ripensare gli spazi
Il percorso espositivo di NORMES CORPS affronta la frizione tra l’anatomia del visitatore e le strutture politiche e spaziali. L’installazione immersiva Les Ambassadeurs di Jesse Darling (Oxford, Regno Unito, 1981) presenta un paesaggio instabile e malinconico, popolato da simboli di autorità erosi dal tempo, che testimoniano il disfacimento di narrazioni dominanti.
Joseph Grigely (East Longmeadow, USA, 1956), artista sordo dall’età di dieci anni, interviene in un’area meno accessibile del museo con il progetto This Is Where We Are. Grigely tratta l’accessibilità non come una pratica burocratica, ma come un medium plastico. L’opera, che include una pubblicazione stampata in risograph, sviluppa l’idea di una protesi concettuale e materiale, come nell’incontro tra una scala e una rampa per sedie a rotelle, interrogando la responsabilità collettiva nell’inclusione spaziale.
Lassana Sarre (Parigi, Francia, 1994) attua un’inversione fenomenologica con interventi e lavis cromatici direttamente sulle pareti del centro d’arte. L’artista rende visibili i corpi del personale di custodia, le loro ronde, i pasti e gli scambi umani, trasformando la struttura muraria in un archivio umano vivente.
Tra vissuto biologico e tempo clinico
La rassegna esplora anche i territori del vissuto biologico e del tempo clinico, dove trauma e deviazione si convertono in intensità estetica. La prima retrospettiva francese di Cathy de Monchaux (Londra, Regno Unito, 1960), intitolata Studio, Wounds and Battles. Desire is the Reiteration of Hope, raccoglie circa cinquanta opere dal 1984. Il cuore dell’esposizione è la ricostruzione del suo atelier, un campo di tensioni psichiche e materiali che espone disegni, taccuini, diari e frammenti scultorei, inclusi elementi intimi come i peli del suo gatto Léonard.
Benoît Piéron (Ivry-sur-Seine, Francia, 1983) con Vernis à Ombres riappropriazione politica degli spazi medicalizzati. Stimolato dalla scoperta della propria intersessualità, Piéron sovverte l’estetica degli ambienti sanitari per reintrodurre desiderio e dolcezza. L’installazione Les lampadaires (2026) trasforma i lampadari stradali in un teatro d’ombre astratto ed erotico, elevando l’impermanenza biologica a territorio di emancipazione. L’artista riveste i bulbi luminosi con paillettes, creando una temporalità liquida e vaporosa.
La fluidità dei desideri e dei corpi anima anche gli ambienti di Pauline Curnier Jardin (Marsiglia, Francia, 1980) in Virages Vierges. L’opera Fat to Ashes (2021-2026) esplora il passaggio dal Martedì Grasso al Mercoledì delle Ceneri, intrecciando narrazioni come la processione di Sant’Agata a Catania e il carnevale di Colonia. L’installazione Durées et prières sans encore d’objet (2020-2024) presenta ceri benedetti, collegandosi a un disegno erotico della Feel Good Cooperative, un collettivo co-fondato dall’artista a Roma nel 2020 per sostenere le sex workers.
Memorie nascoste e nuove ecologie del vissuto
Il programma NORMES CORPS ridefinisce i confini etici di ciò che la società e la critica d’arte considerano degno di memoria e archivio. La mostra collettiva Cheryl Marie Wade, Reine-Mère des Noueux, curata da Lucie Camous (Francia, 1993) ed Étienne Chosson (Francia, 1991), è il cuore genealogico della stagione. Il progetto trae origine da un documentario incompiuto di Diane Maroger (Parigi, Francia, 1979) sulla poetessa e attivista californiana Cheryl Marie Wade (Vallejo, USA, 1948 – Berkeley, USA, 2013). Attraverso poesie e registrazioni video, Wade ha sottratto l’esperienza della disabilità alla patologizzazione, evidenziandone la valenza estetica e comunitaria. Le immagini storiche dialogano con esponenti della cultura crip, tra cui Panteha Abareshi (Montréal, Canada, 1999), Park McArthur (North Carolina, USA, 1984) e Carolyn Lazard (Upland, USA, 1987), e con interventi testuali e performativi di John Lee Clark (1978), Tarik Dobbs (1997), JJJJJerome Ellis (1989), Noa Micaela Fields (1993) e Saleem Hue Penny (1981).
L’universo di Neïla Czermak Ichti (Marsiglia, Francia, 1996), selezionata per la residenza a Villa Medici (2026-2027) con Ibrahim Meïté Sikely, conclude questa operazione di riscatto delle memorie. Nel suo intervento al Palais, Ichti, in collaborazione con il padre Polô Czermak, compone una storia di mostri quotidiani attraverso disegni, sculture animate e composizioni tessili, invitando a rinegoziare la linea tra sogno e incubo e ad accogliere il mostruoso come parte di una nuova ecologia del vissuto.
La vasta costellazione di NORMES CORPS propone una revisione metodologica dei linguaggi della critica d’arte contemporanea. Il Palais de Tokyo si trasforma in un luogo sperimentale dove la vulnerabilità non è l’opposto della forza, ma infetta e risana lo spazio espositivo, rifondando la configurazione estetica e istituzionale sui concetti di cura reciproca, accoglienza e interdipendenza radicale.
