María Gainza, scrittrice e critica d’arte nata a Buenos Aires nel 1975, ha sviluppato un approccio distintivo all’autobiografia nel suo libro “Il nervo ottico”, pubblicato nel 2014 e tradotto in diverse lingue, inclusa l’edizione italiana di Neri Pozza del 2017 a cura di Marco Amerighi. Gainza, nota per le sue collaborazioni con testate come The New York Times, ARTnews e Artforum, intreccia storia dell’arte, racconto e autobiografia per esplorare come l’esperienza dello sguardo possa diventare una forma di conoscenza personale. Il suo lavoro ha ricevuto riconoscimenti, tra cui il Premio Konex per le arti visive nel 2017 e il Premio de Literatura Sor Juana Inés de la Cruz nel 2019 per “La luce nera”.
Il Quadro come Rivelazione dell’Io
In “Il nervo ottico”, i dipinti non fungono da specchio che riflette un’identità già formata, ma piuttosto come catalizzatori che la fanno affiorare. Le opere d’arte sembrano precedere la narratrice, riconoscendo qualcosa di lei prima ancora che lei stessa potesse farlo. Artisti come Courbet, Rothko, Toulouse-Lautrec, El Greco, Foujita, Cándido López e Augusto Schiavoni attraversano le pagine del libro, aprendo deviazioni verso l’infanzia, la famiglia, la classe sociale e le esperienze personali della narratrice. Un esempio significativo è il ritratto di Augusto Schiavoni, dove la narratrice riconosce una somiglianza inattesa, un’immagine di sé che nessun ricordo le aveva ancora consegnato.
I quadri finiscono per costituire un “album familiare sostitutivo”, non contenendo ritratti di parenti, ma piuttosto posture, omissioni e il repertorio emotivo trasmesso di generazione in generazione. Ciò che si eredita non è solo un patrimonio, ma un modo di guardare e, inevitabilmente, un modo di distogliere lo sguardo. L’appartenenza della narratrice all’alta borghesia argentina è presentata come una “forma ricevuta”, un abito che permette di riconoscere codici specifici ma che non coincide pienamente con chi lo indossa, generando familiarità con la bellezza e, al contempo, disagio. La figura della madre è centrale in questa educazione, trasmettendo un rapporto con la bellezza in cui attrazione e giudizio sono inseparabili. Il passato familiare, davanti a un dipinto, non viene confermato, ma cambia disposizione, modificando retroattivamente il suo significato.
Vite Prese in Prestito e la Deformazione Conoscitiva
Le biografie degli artisti, in Gainza, non spiegano l’opera, ma diventano materiale attraverso cui una vita può entrare temporaneamente in un’altra. Ogni artista custodisce una possibilità di esistenza che la narratrice non ha vissuto ma che la riguarda. Un esempio è il passaggio dedicato a Cándido López, pittore-soldato che perse il braccio destro e imparò a dipingere con la sinistra. La sua esperienza, in un momento di paura per la narratrice, permette di esplorare come la catastrofe possa essere raccontata spostandola ai margini. Gainza recupera gli “inciampi” delle vite degli artisti, ciò che non trova posto nei racconti retrospettivi del successo, incontrandoli nel momento in cui non sanno ancora quale forma prenderà la loro esistenza.
La “deformazione” degli elementi autobiografici è un procedimento conoscitivo per Gainza. L’autrice ha dichiarato di utilizzare elementi della propria esperienza deformandoli fino a non riconoscerli più, permettendo al vissuto di mostrare aspetti che la fedeltà ai fatti avrebbe lasciato invisibili. Il libro indebolisce il patto autobiografico, mantenendo una prossimità tra autrice e narratrice senza trasformarla in identità. La verità del libro non dipende dalla corrispondenza esatta tra pagina e vita, ma dalla qualità delle relazioni istituite dalla scrittura. Un quadro, un episodio familiare e un dettaglio della vita di un artista possono generare una forma di esattezza una volta accostati, anche se lontani sul piano dei fatti.
Il Nervo Ottico: Un Ponte tra Immagine e Memoria
Il titolo “Il nervo ottico” non indica solo il tema del libro, ma una struttura di passaggio che rende possibile la circolazione delle immagini e altera le connessioni della memoria. La scrittura stessa funziona come un nervo, trasportando qualcosa dal quadro alla vita, dalla biografia dell’artista a quella della narratrice. La memoria, in questo contesto, non è un archivio, ma un processo di “vedere in ritardo”, dove un episodio lontano cambia forma davanti a un quadro. La scrittura produce i nessi, non li ricostruisce, e l’io è un punto provvisorio in cui le presenze si incontrano, più nella connessione che nella confessione.
L’ironia è un elemento decisivo nella scrittura di Gainza, impedendo alla sofferenza di stabilire gerarchie definitive e alla bellezza di diventare solenne. L’ecfrasi, la descrizione letteraria di un’immagine, non mira a riprodurre il visibile, ma a registrare ciò che il visibile mette in movimento, l’intervallo tra il quadro e chi lo guarda. Il nervo del titolo attraversa esattamente questo spazio, congiungendo senza identificare. L’identità, secondo Gainza, non è un possesso custodito nell’interiorità, ma una materia dispersa tra gli oggetti e gli sguardi che l’hanno formata. Per ritrovarla, è necessario accettare di incontrarla sotto un altro nome, riconoscendo che qualcosa di sé si trova già altrove.
