Il regista giapponese Hirokazu Kore-eda, nato a Nerima City nel 1962, presenta il suo nuovo film, Sheep in the Box, in arrivo nelle sale italiane dal 27 agosto. Distribuito da Lucky Red e BIM Distribuzione, il film segna un cambiamento di scenario per il regista, che si confronta per la prima volta apertamente con il genere della fantascienza. Nonostante l’inedita ambientazione, Kore-eda mantiene la sua cifra stilistica, esplorando le fragilità familiari, le relazioni che si costruiscono oltre i legami di sangue e la ricerca di equilibrio dopo una perdita, temi già centrali in opere come Un affare di famiglia, Palma d’Oro nel 2018, Father and Son, Broker e Monster.
La trama: lutto, tecnologia e legami affettivi
L’ambientazione di Sheep in the Box è un Giappone di un futuro prossimo, dove il progresso tecnologico offre risposte anche all’assenza. La vicenda ruota attorno a due genitori, interpretati da Haruka Ayase e Daigo Yamamoto, devastati dalla morte del figlio. La loro vita prende una svolta quando accolgono in casa Kakeru, un sofisticato androide. Questo robot è progettato per assomigliare al bambino perduto e, oltre a replicarne l’aspetto, è programmato per apprendere, crescere e integrarsi nelle dinamiche affettive della famiglia. Da questo presupposto narrativo, il film sviluppa una riflessione che trascende la mera narrazione fantascientifica.
L’intelligenza artificiale come specchio del dolore umano
Kore-eda utilizza l’intelligenza artificiale non come mero elemento spettacolare, ma come strumento per indagare i meccanismi umani di elaborazione del dolore. Il regista si interroga sulla disponibilità ad accettare una “copia” pur di non affrontare il vuoto dell’assenza, sulla possibilità di ricostruire un legame affettivo attraverso una macchina e sulla potenziale trasformazione del conforto tecnologico in una nuova forma di dipendenza emotiva. L’idea per il film è nata dalla lettura di notizie riguardanti aziende impegnate nello sviluppo di sistemi capaci di ricreare digitalmente persone scomparse tramite l’intelligenza artificiale. Kore-eda ha dichiarato di essere stato affascinato non tanto dalle potenzialità della tecnologia in sé, quanto dal disagio che tale prospettiva generava, una sensazione che ha poi deciso di tradurre nel motore narrativo della pellicola.
Sebbene l’opera possa richiamare alla memoria immaginari cinematografici come A.I. – Intelligenza Artificiale di Steven Spielberg o le inquietudini etiche della serie Black Mirror, Kore-eda sceglie una strada differente. Il regista rinuncia agli effetti speciali per concentrarsi sulle emozioni, affidando il peso del racconto agli sguardi, ai silenzi e ai piccoli gesti quotidiani che caratterizzano da sempre il suo cinema. Presentato in Concorso al Festival di Cannes 2026, Sheep in the Box ha generato dibattito per la sua capacità di fondere il melodramma familiare con la riflessione sull’intelligenza artificiale, confermando la volontà del regista di sperimentare mantenendo la propria identità autoriale.
Prospettive e interrogativi aperti
In un contesto storico in cui l’intelligenza artificiale è sempre più presente nella vita quotidiana, Sheep in the Box evita sia facili entusiasmi che allarmismi semplicistici. Il film preferisce porre una domanda fondamentale, destinata a rimanere aperta anche dopo la visione: se una macchina fosse in grado di imitare perfettamente una persona amata, sarebbe sufficiente a colmare il vuoto della sua assenza? Questa interrogazione profonda si inserisce nella prolifica produzione di Kore-eda, che ha già in programma un altro progetto: Look back, tratto dal manga omonimo di Fujimoto Tatsuki, anch’esso prossimamente al cinema con Lucky Red, in collaborazione con BIM Distribuzione.
