Il corpo nell’arte: da Klimt alla Body Art in mostra a Mestre

scritto da Redazione
Veduta dell'allestimento della mostra 'Klimt, Schiele, Kokoschka e il corpo nell’arte contemporanea' al MUVEC di Mestre.

Il MUVEC – Casa delle Contemporaneità di Mestre ospita la mostra intitolata ‘Klimt, Schiele, Kokoschka e il corpo nell’arte contemporanea’, un’esposizione che indaga la rappresentazione del corpo nell’arte attraverso un secolo di storia. Curata da Elisabetta Barisoni e ideata dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, la mostra è allestita fino al 14 febbraio 2027 e presenta quarantasette opere che spaziano dai maestri della Secessione Viennese alle espressioni della Body Art.

L’esposizione prende avvio da una riflessione sulla capacità dell’arte di evocare una presenza viva anche con pochi tratti, come nel disegno ‘Nudo / Studio’ (1962) di Giancarlo Franco Tramontin, dove la rarefazione del segno suggerisce una figura aperta e potenziale. Il percorso espositivo si propone di esplorare la sostanza della carne, concentrandosi sui momenti in cui la dimensione emotiva e spirituale prevale sul dato biologico, rendendo la fisicità una materia permeabile e fragile.

La Secessione Viennese e la Nuova Visione del Corpo

L’incipit della mostra è segnato da ‘Giuditta II (Salomè)’, capolavoro realizzato nel 1909 da Gustav Klimt. Quest’opera, giunta nelle collezioni veneziane di Ca’ Pesaro nel 1910 grazie all’acquisto del primo direttore per 9.800 lire, incarna lo Zeitgeist viennese. La Giuditta di Klimt è una figura volitiva e inquieta, che manifesta una consapevolezza erotica padrona di sé. Nei disegni, come ‘Donna sdraiata’, Klimt esplora il proprio io psichico, lasciando che l’impulso guidi la matita nel delineare figure in cui estasi e femme fatale convivono.

La tensione presente in Klimt trova una deflagrazione nel lavoro di Egon Schiele. L’artista scarnifica e frammenta il corpo, come visibile in ‘Nudo (torso femminile)’, offrendo una sessualità sfrontata. La sua linea nervosa e tragica, esaltata da tocchi di colore essenziali, invita l’osservatore a completare con l’immaginazione le parti trascurate del disegno, trasformando la carne nel teatro dell’ansia esistenziale. Contemporaneamente, Oskar Kokoschka muove la figura verso un espressionismo brutale, dove dissonanze cromatiche e posture innaturali restituiscono la deriva dell’inconscio. Già nel poema illustrato ‘I ragazzi sognanti’, Kokoschka aveva prefigurato la deformazione del reale come cifra visiva di una mente in perenne travaglio.

La Vienna di inizio Novecento, contesto in cui Sigmund Freud iniziava a decodificare l’inconscio, ribalta il paradigma iconografico tradizionale che associava la forza del corpo a spessore e imponenza. L’arte di questo periodo indaga il rimosso sensuale e sessuale di una società borghese in crisi, trasformando la nudità in un simbolo universale in cui ogni individuo può riconoscere la propria dimensione interiore.

Dalla Crisi Borghese alla Resistenza Poetica

L’indagine sulla fisicità prosegue oltre l’avanguardia austriaca, attraversando le contrazioni del “ritorno all’ordine” degli anni Venti e Trenta. Mentre i regimi autoritari dell’epoca tentavano di imporre l’immagine di un corpo sano e funzionale, la pittura italiana risponde con una sottile resistenza poetica. Un esempio è l’opera di Guido Cadorin, in cui la figura non si piega a celebrazioni monumentali, ma rimane sospesa in un’attitudine di pudica e malinconica attesa.

Il Corpo come Strumento: L’Eredità della Body Art

Questo filo conduttore, che lega l’inquietudine alla necessità di rappresentazione, trova una rinascita nelle stagioni di protesta degli anni Sessanta e Settanta. Gli artisti di quest’epoca rievocano la lezione di Schiele, in particolare durante le battaglie politiche e sociali della Body Art. Il corpo smette di essere un semplice soggetto da ritrarre per trasformarsi direttamente in strumento, tela e linguaggio politico. Nelle azioni di artiste come Ana Mendieta e Gina Pane, il corpo si offre nella sua vulnerabilità attraverso la pelle, il dolore e la modificazione fisica, lontano da qualsiasi norma prestabilita.

Attraverso questo dialogo tra sculture, dipinti e grafica, il MUVEC propone una riflessione sulla presenza umana nel mondo. La mostra invita ad accettare la non-perfezione della propria fisicità, riconoscendone il mistero e la fragilità. Dal primo Novecento ai giorni nostri, l’esposizione sottolinea una consapevolezza: ad ogni epoca appartiene la sua arte, e ad ogni corpo deve essere concessa la propria irriducibile libertà.

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