La Fondazione Dino Zoli di Forlì presenta la mostra collettiva “Interference. The image is never just an image”, curata da Francesca Leoni e Davide Mastrangelo di Vertov Project. L’esposizione, visitabile dal 2 settembre all’11 ottobre 2026, funge da prologo all’undicesima edizione di Ibrida Festival delle Arti Intermediali, in programma dal 17 al 20 settembre 2026. L’iniziativa prende spunto da un’accezione tecnica di interferenza, intesa come la generazione di un pattern imprevisto dall’incontro di due segnali, distaccandosi dal significato comune di guasto o disturbo.
Il Contributo Femminile nell’Arte Tecnologica
La mostra riunisce dodici artiste, di cui cinque italiane, cinque brasiliane e due internazionali, selezionate per la loro appartenenza a una genealogia di ricerca tecnologica in cui il contributo femminile ha spesso ricevuto scarso riconoscimento. Questo approccio richiama figure come Lillian Schwartz, pioniera della computer art negli anni Sessanta ai Bell Labs. Il percorso espositivo, suddiviso in quattro sezioni – Ambienti instabili, Corpi come interfaccia, Ecologie espanse, Trasmissioni – evita di celebrare la tecnologia fine a se stessa, subordinando il dispositivo tecnico a una domanda critica e distinguendosi da un approccio all’arte digitale che confonde l’immersività con la profondità.
Percorsi Tematici e Opere Chiave
Nella sezione Ambienti instabili, Anaisa Franco con “Selflection” propone un dispositivo interattivo che cattura autoritratti senza controllo del soggetto, confluendo in una costellazione collettiva di immagini. Ra di Martino, in “Fx Dream” (2018), ricrea un sogno notturno utilizzando immagini scaricate dalla rete, trattando internet come un vasto archivio di materia onirica. Chiara Passa presenta “Still Life” (2026), un’opera in realtà virtuale che anima oggetti domestici in un paesaggio cartoon, richiamando le strategie surrealiste. Rebecca Merlic conclude la sala con “Kissaten Vienna” (2025), un documentario multimediale che permette di esplorare interni di caffè digitalmente ricostruiti, raccogliendo storie attraverso gli oggetti.
La sezione Corpi come interfaccia include “Ruinate” (2026) di Elena Bellantoni, un cortometraggio girato nelle grotte di Zungri, Calabria, dove performer indossano armature di tessuto per incarnare collaboratrici di giustizia contro la ‘ndrangheta, mediando la figura di Giovanna d’Arco. Francesca Grilli, con “Rays” (2021), inverte il paradigma della chiromanzia: bambini con elmi di ferro leggono il futuro nelle mani di adulti sconosciuti, affidandosi all’istinto tattile.
In Ecologie espanse, Giuliana Cuneaz espone la serie “Nahuales” (2024), stampe su acciaio di spiriti animali generati con intelligenza artificiale che si attivano in realtà aumentata, riattivando un pensiero animista. Debora Hirsch, con “Plantaria”, un’animazione verticale, assembla materiali d’archivio e pittura digitale per rappresentare specie vegetali e animali in via di estinzione, in un gesto che documenta ciò che sta scomparendo.
La sala Trasmissioni riunisce tre artiste brasiliane che esplorano la memoria come materia in disgregazione. Kika Nicolela intervista la madre affetta da Alzheimer, sovrapponendo fotografie giovanili manipolate. Aline Motta, in “Se o mar tivesse varandas” (2017), fotografa la madre immersa nell’acqua, un’immagine che ricongiunge simbolicamente Brasile e Africa. Biarritzzz, con un video dedicato a un impianto industriale a Salvador de Bahia, affronta la memoria ecologica di un fiume inquinato, rappresentando il colore rosa degli scarichi tessili.
L’Interferenza come Riflessione Critica
Il percorso si conclude con “AI Bites Earth” di Ozge Samanci, un’installazione interattiva dove le risposte di un’intelligenza artificiale a domande digitate dal pubblico precipitano dall’alto come parole tridimensionali, travolgendo un paesaggio naturale. L’opera affronta il costo idrico ed energetico dell’intelligenza artificiale, portando a un livello fisico e teatrale la problematica. Se l’impianto curatoriale di “Interference” ha insistito sull’idea che il disturbo possa essere un’occasione di apertura, la sala finale rovescia il paradigma: qui l’interferenza si manifesta come il peso letterale e fisico di un’intelligenza che impatta sulle generazioni future.
