L’installazione Voyageur dell’artista ghanese Ibrahim Mahama è stata inaugurata il 21 settembre in Piazza Municipio a Napoli, rimanendo visibile fino al 18 novembre. Curata da Vincenzo Trione e voluta dal sindaco Gaetano Manfredi, l’opera rappresenta un nuovo capitolo del programma Napoli Contemporanea. Al centro della piazza, riprogettata da Álvaro Siza, si ergono tre imbarcazioni in legno, alte tra i cinque e gli otto metri, disposte verticalmente e parzialmente immerse nel suolo. Questa immagine evoca il dramma dei migranti nel Mediterraneo e dialoga con l’antico porto romano riemerso durante gli scavi della metropolitana.
L’opera e le sue scelte materiche
Per chi conosce il lavoro di Ibrahim Mahama, Voyageur presenta una scelta estetica e materica diversa. L’artista è noto per la sua poetica dello scarto, utilizzando sacchi di juta che conservano la memoria del lavoro, della fatica e delle disuguaglianze del commercio globale, come nelle opere esposte alla Biennale di Venezia, a Documenta 14 e acquisite dal Museo Madre. In Voyageur, invece, il legno è pulito e ricercato, conferendo all’opera un aspetto totemico e ieratico. Questa scelta solleva interrogativi sulla motivazione, con l’ipotesi che possa derivare dal timore che un materiale instabile o effimero possa deteriorarsi o prendere fuoco, un rischio intrinseco all’arte all’aperto.
Il monumento pubblico e il dibattito sulla sua forma
L’installazione temporanea di Mahama invita a riflettere sulla natura del monumento pubblico. Ci si interroga se un monumento debba essere necessariamente un monolite inscalfibile, soprattutto quando l’opera è concepita per essere temporanea. La possibilità di sfidare le intemperie e la processualità del tempo, svincolandosi dall’idea di un blocco inalterabile, è un tema affrontato da artisti e teorici che propongono concetti come post-monumento o transmonumentalità. Nonostante il dibattito teorico, la pratica istituzionale sembra mantenere una certa cautela. Sergio Locoratolo, coordinatore delle politiche culturali, ha sottolineato come l’arte pubblica abbia il pregio di generare dibattito, ma questo valore si concretizza solo se porta a un avanzamento reale nella pratica.
Arte, politica e contesto urbano
Vincenzo Trione ha definito Voyageur un’opera schiettamente politica, affrontando temi come le migrazioni e le morti in mare. Il sindaco Manfredi ha evidenziato la volontà di coinvolgere un grande artista africano, in linea con una sensibilità cittadina verso il continente, citando figure come Enzo Avitabile e Andrea Aragosa. Tuttavia, l’iconografia dell’opera, che inserisce il simbolo della disperazione dei migranti nel centro della città, genera un cortocircuito se non si confronta con le politiche reali. L’opera si trova in un contesto in cui si discute della costruzione del CPR a Castel Volturno e delle ordinanze sulle “zone rosse” urbane, come quella di Piazza Garibaldi, che possono creare quartieri-ghetto. Un ulteriore paradosso è emerso quando il sindaco Manfredi ha messo in relazione le barche di Mahama con le imminenti pre-regate dell’America’s Cup, accostando il simbolo della disperazione dei migranti alle vele dell’iperlusso. A questa frattura simbolica si aggiunge una questione fisica riguardante il rapporto dell’opera con la città. Se da un lato la curatela ha parlato di una «Metafisica della piazza» che amplifica il senso del vuoto, dall’altro i cittadini esprimono il bisogno di alberi in una vasta spianata assolata, evidenziando l’urgenza di istanze ecologiste e la necessità di rifugi climatici che l’arte pubblica non può ignorare.
Prospettive future per l’arte pubblica a Napoli
Il panorama contemporaneo offre esempi di artisti che lavorano sui “monumenti verdi”, utilizzando vegetazione e giardini come media espressivi, un approccio che potrebbe rispondere a urgenze civiche ed ecologiche. Un’altra questione riguarda la presenza femminile nelle grandi commissioni pubbliche, che rimane limitata, con l’eccezione di Marinella Senatore, dopo i dibattiti innescati da opere di Jaume Plensa e Gaetano Pesce. Le riflessioni sull’arte pubblica a Napoli non intendono sminuire il progetto Napoli Contemporanea, ma spingono a interrogarsi sulla direzione futura. Si possono esplorare nuove pratiche come concorsi pubblici, giurie multidisciplinari, esposizioni di progetti preliminari nei quartieri e consultazioni orizzontali. Infine, rimane la domanda pragmatica sul destino di queste imponenti installazioni una volta smontate da Piazza Municipio: se troveranno una nuova collocazione o se se ne perderà traccia, un aspetto cruciale per trasformare l’arte pubblica da evento eccezionale a patrimonio collettivo.
