La Fondazione Prada a Ca’ Corner della Regina a Venezia ospita la mostra “Helter Skelter: Arthur Jafa e Richard Prince”, curata da Nancy Spector. L’esposizione, visitabile dal 9 maggio al 23 novembre 2026, propone un dialogo tra i due artisti incentrato sull’uso dell’appropriazione nell’arte contemporanea e sulla sua capacità di affrontare la crisi dell’immagine.
L’operazione curatoriale di Spector dimostra come il dispositivo critico dell’appropriazione possa generare nuovi significati, distaccandosi dalla semplice genealogia postmoderna per confrontarsi con le sfide attuali dell’immagine. Entrambi gli artisti attingono a materiali provenienti dalla cultura visiva americana, includendo pubblicità, cinema, televisione, social media, pornografia, cronaca, memorabilia, musica e sottoculture.
L’Appropriazione oltre il Postmoderno
A differenza dell’Appropriation Art degli anni Ottanta, che poneva l’accento sulla discussione tra originale e copia, la mostra “Helter Skelter” sposta il focus sulla qualità politica che l’immagine assume una volta ricollocata nello spazio espositivo. Il riferimento al ready-made duchampiano, esplicitato da Spector, serve principalmente come contesto storico.
Mentre Marcel Duchamp trasferiva oggetti comuni nel territorio dell’arte per modificarne il regime di lettura, Jafa e Prince operano su immagini già pienamente integrate nella riproduzione tecnica e nel consumo mediatico. La loro pratica di appropriazione non mira a creare distanza, bensì a intensificare l’impatto: costringe lo spettatore a confrontarsi con aspetti che la circolazione continua delle immagini tende a neutralizzare.
Dialogo e Differenze Metodologiche
L’allestimento della mostra evita una sequenza cronologica, privilegiando invece una struttura relazionale. Le oltre cinquanta opere esposte creano un sistema di rimandi che si sviluppa attraverso i due piani di Ca’ Corner della Regina, senza cercare sintesi conciliatorie. Già all’ingresso, opere come “Blasting Mats” di Richard Prince e “Big Wheel II” (2018) di Arthur Jafa reinterpretano la mitologia automobilistica americana, trasformandola in una sorta di archeologia della violenza. Pneumatici, catene e materiali industriali perdono il loro valore celebrativo per assumere la consistenza di reperti di una civiltà segnata dal trauma.
L’efficacia del progetto curatoriale emerge nel modo in cui rende visibile la distanza metodologica tra i due artisti. Richard Prince esplora il repertorio simbolico della mascolinità bianca americana, attraverso figure come cowboy, biker, la pornografia amatoriale, celebrità e immaginari suburbani. Le sue opere, come “Untitled (Girlfriend)” (1993), non si limitano a denunciare la mercificazione del corpo femminile, ma abitano quell’immaginario, mantenendo un’ambiguità tra attrazione e critica che impedisce una posizione moralistica.
Arthur Jafa, d’altro canto, si concentra sulla memoria storica. Nei suoi lavori, l’appropriazione non riguarda solo la circolazione delle immagini, ma anche la possibilità di ricomporre un archivio della soggettività Black americana. L’opera “Love Is the Message, The Message Is Death” è considerata il centro gravitazionale dell’esposizione. Si tratta di un montaggio che alterna musica gospel, sport, violenza poliziesca, celebrità, spiritualità e immagini d’archivio, trasformando il flusso mediatico in una memoria affettiva capace di restituire la complessità dell’esperienza afroamericana. L’opera mantiene la sua intensità perché non separa mai la spettacolarizzazione del dolore dalla sua dimensione politica.
Il termine “Helter Skelter” stesso, che dà il titolo alla mostra, è presentato come un ready-made linguistico. Dalle attrazioni dei luna park britannici alla canzone dei Beatles, fino alla distorsione apocalittica operata da Charles Manson, il termine è un contenitore semantico attraversato da appropriazioni successive, in modo analogo alle immagini presenti nell’esposizione.
Il merito principale del progetto curatoriale risiede nell’evitare qualsiasi assimilazione tra due pratiche artistiche profondamente diverse. Prince mette in discussione il simulacro dall’interno, lavorando sulle mitologie della “whiteness” e sul desiderio generato dalla cultura dei consumi. Jafa, invece, restituisce all’immagine una densità storica che resiste alla sua riduzione a mera superficie spettacolare, trasformando il montaggio in un dispositivo di contro-memoria. È in questa frizione che risiede l’interesse centrale di “Helter Skelter”.
