Francesco Clemente: L’Esplorazione della Soggettività alla Triennale Milano

scritto da Redazione
Veduta dell'installazione della mostra 'Francesco Clemente. In Between' alla Triennale Milano, con diverse opere dell'artista esposte

Francesco Clemente e la Transavanguardia

La Triennale Milano ospita una mostra dedicata a Francesco Clemente, a quindici anni dall’ultima retrospettiva italiana. L’esposizione ripercorre l’intera carriera dell’artista, figura centrale della Transavanguardia e interprete, a livello internazionale, di una soggettività erotica e frammentata.

Nel 1979, la pubblicazione del saggio “La Transavanguardia italiana” di Achille Bonito Oliva su Flash Art e di “La condizione postmoderna” di Jean-François Lyotard, segnò un momento di riflessione sulla crisi delle metanarrazioni. Bonito Oliva contrapponeva alle istanze collettivistiche degli anni Sessanta un ritorno dell’arte ai suoi motivi interni, al “labirinto” inteso come “lavoro dentro” la pittura. Nel linguaggio di Clemente si manifesta una ricerca di discontinuità che rompe la linearità, un flusso che unisce edonismo e nostalgia, travestimento e svelamento di sé. L’artista, immerso in un contesto in cui la produzione di conoscenza genera l’ignoto, opera nel campo dell’ipotesi, nel “dominio dell’estensione”.

Un percorso tra natura e cultura

La personalità di Clemente è descritta come proteiforme e funambolica, in equilibrio costante tra natura e cultura. Opere come “Wheel of Dharma” (1983) esprimono un umanesimo conciliato con la natura, mentre in “My House” (1982) emerge un’estasi temporale privata, con richiami proustiani. “My House”, insieme a “My Parents” e “My Journey”, forma un trittico ricomposto per la prima volta dopo la mostra “Zeitgeist” tenutasi al Martin-Gropius-Bau di Berlino nel 1982.

L’allestimento della mostra, attraverso accostamenti inediti e un ordine espositivo non cronologico, evidenzia il percorso frammentato e nomade dell’artista. La sua narrazione è intessuta di simboli, memoria e immaginario onirico, riflettendo un’identità fluida e frattale. La soggettività di Clemente non trova un centro stabile, ma è stimolata da un continuo moto di espansione e digressione.

Influenze globali e iconografia personale

Il linguaggio artistico di Francesco Clemente ha assorbito e rielaborato tradizioni diverse, dai viaggi in India, Sud America e Stati Uniti. Ha collaborato con artisti come Jean-Michel Basquiat e Andy Warhol, e con letterati come Allen Ginsberg. Le sue opere integrano la tradizione induista, i rituali afro-brasiliani e l’eredità iconografica e spirituale occidentale. Il risultato è un soggetto ibrido, sospeso tra spirito e carne, che manifesta una natura molteplice e sessuale, devota all’oro e alla terra.

L’opera “Autoritratto con oro” (1979) esemplifica la definizione di artista come “cieco vedente” formulata da Bonito Oliva nello stesso anno. Clemente si è confrontato ampiamente con il tema del ritratto, dell’autoritratto e del criptoritratto, come in “Self-Portrait as St. John” (2011) e “Self-portrait with bird” (1980). Queste opere rivelano riferimenti all’“ecce homo”, all’oggettività di Schad e alla nervosità fisica dei corpi di Schiele, dettagli che riemergono anche nei corpi emaciati di “My Parents” (1982) e nei ritratti della moglie Alba o in quelli commissionati da Anthony Vaccarello nel 2025. Una costante nelle sue raffigurazioni è la presenza di occhi grandi, visibile anche in “Self-Portrait as St. John” (2011) e nella serie di disegni “Francesco Clemente Pinxit” (1981), realizzata in India con artigiani di Madras e Jaipur.

Il significato dell’essere “In Between”

L’espressione “in between” (nel mezzo) che dà il titolo alla mostra, non si riferisce solo alla natura introspettiva e apolide dell’artista, in bilico tra storia e immaginazione, spirito ed esperienza. Essa evoca anche una condizione di sospensione e attesa che, secondo la riflessione proposta, l’individuo contemporaneo ha in parte smarrito. La mostra offre un antidoto alla frenesia e all’incapacità di fermarsi, proponendo una riflessione sulla trasformazione dell’individuo in “macchina della prestazione”. L’esposizione invita a considerare il valore dello sguardo e del vedere come istruzione alla spiritualità, richiamando concetti filosofici che Bonito Oliva aveva già esplorato nel 1979, citando Nietzsche.

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