Danh Vo a Roma: Un Dialogo tra Botanica, Storia e Identità alla Fondazione Nicola del Roscio

scritto da Redazione
Installazione di Danh Vo alla Fondazione Nicola del Roscio a Roma

La Fondazione Nicola del Roscio a Roma presenta la prima personale in Italia di Danh Vo, artista nato in Vietnam nel 1975 e cresciuto in Danimarca. La mostra, concepita come un omaggio a Roma e al suo passato, è accessibile fino al 17 luglio 2026 e si concentra sui temi della memoria, dell’identità e della storia, elementi centrali nella ricerca di Vo. L’artista stesso ha descritto il suo approccio, affermando di vedersi come un contenitore che ha ereditato infinite tracce di storia senza una direzione predefinita.

Botanica e Simbolismo: Il Filo Conduttore

L’esposizione nasce da un interesse condiviso per la botanica tra Danh Vo e il collezionista Nicola del Roscio. Diego Cassina, che ha facilitato l’incontro tra i due, ha evidenziato come la botanica sia intesa non solo come passione per le piante, ma anche per le sue implicazioni simboliche e sociali. L’interesse di Vo per questo campo si è sviluppato attraverso i giardini della sua fattoria Güldenhof, situata a nord di Berlino, e grazie all’amicizia con una coppia di fioristi nella capitale tedesca. Nicola del Roscio, dal canto suo, ha creato un parco botanico a Gaeta, rinomato per la sua collezione di varietà di palme rare. Questo legame con la botanica funge da filo conduttore tra le diverse opere esposte, che sono allestite per creare un paesaggio simbolico ricco di riferimenti alla storia di Roma, al cattolicesimo e al vissuto personale dell’artista.

Dialoghi tra Sacro e Profano nelle Opere

Le opere in mostra alla Fondazione Nicola del Roscio esplorano dualità come sacro e profano, bene e male. Un esempio è Untitled (2021), un frigorifero basso e quadrato posto al centro dello spazio. Al suo interno, un calco in bronzo dei piedi dell’artista berlinese Heinz Peter Knes, con le unghie laccate in colori diversi, è posizionato in una posa che evoca il corpo di Cristo nelle crocifissioni. Tasselli di legno spezzano le linee metalliche del frigo, e una luce al neon interna suggerisce un’atmosfera da obitorio, descritta dall’artista come quasi un “trofeo di un serial killer”.

Questa installazione dialoga con Untitled (2024), un calco in bronzo di un crocifisso spagnolo del XVI secolo. Appeso a un’asta di legno, il crocifisso presenta al posto delle braccia le mani di Phung Vo, padre dell’artista, che sorreggono due fiale di vetro contenenti piante di Tropaleum Majus in fiore. La ricerca di Vo, che in alcuni aspetti ricorda la pittura di Michaël Borremans, mantiene un elemento misterioso e perturbante in tutta l’esposizione.

Un’altra opera significativa è Lick me lick me (2022), composta da 47 litografie su carta. Queste riproducono dettagli di dipinti barocchi del Seicento, realizzati da artisti come Caravaggio, Artemisia Gentileschi, Bartolomeo Ghetti, Bartolomeo Manfredi e Francesco Furini. Su ogni immagine sono visibili frasi scritte in lettere gotiche, tratte dalle parole di Regan, il personaggio indemoniato del film L’Esorcista (1973).

La dicotomia tra sacro e profano è ulteriormente esplorata in Untitled (2025), una vecchia cassa di zuppe Campbell fissata a mezz’aria su un’asta di legno. Attraverso una feritoia, si può osservare il dettaglio di un dipinto fiorentino del XVI secolo raffigurante la Vergine del Latte, con il bambino intento a succhiare il latte dal seno materno.

Riflessioni su Memoria e Cura

In una nicchia all’ingresso, Untitled (2026) presenta una testa di Buddha del III secolo d.C., rotta in due parti e riparata dall’artista con una giuntura in bronzo. Questo intervento è inteso come un atto di cura verso l’immagine sacra. La testa è illuminata da lampade solitamente impiegate per la crescita delle piante in serra, disposte in vari punti dello spazio espositivo per creare oasi di luce in un ambiente prevalentemente in penombra. L’allestimento generale invita a un’osservazione attenta di ogni opera, concepita per rendere straniante un oggetto apparentemente comune, rivelando aspetti inattesi della realtà e stimolando riflessioni sulla stratificazione della memoria nelle diverse società, tra Oriente e Occidente.

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