Antony Gormley: L’Essenza del Corpo e dello Spazio in ‘What Holds Us’

scritto da Redazione
Installazione 'What Holds Us' di Antony Gormley alla Galleria Continua di San Gimignano, con sculture modulari in vari materiali.

Antony Gormley, da oltre quarant’anni, impiega il corpo come punto di partenza della sua ricerca artistica, evitando di ridurlo a una semplice rappresentazione. Lo considera piuttosto una misura attraverso cui esplorare lo spazio, la materia e la condizione umana. Questa riflessione trova una formulazione essenziale nella mostra intitolata ‘What Holds Us’, presentata dalla Galleria Continua a San Gimignano.

Il progetto non introduce temi inediti, ma approfondisce una questione centrale nell’intera opera dell’artista: quali relazioni rendono possibile la presenza di un corpo nello spazio? La risposta non si manifesta attraverso la rappresentazione della figura, bensì tramite la costruzione della forma.

La Costruzione della Forma e il Ruolo del Vuoto

Le opere esposte, realizzate in materiali come basalto, terracotta, ferro, cemento e cartone, condividono una logica compositiva comune. Elementi modulari si accostano, si sostengono e si bilanciano reciprocamente, generando strutture che evocano il corpo senza descriverlo in modo figurativo. La forma emerge dalla relazione tra le sue parti costitutive, piuttosto che dalla loro modellazione individuale, e ogni elemento acquisisce significato solo nel contesto del suo rapporto con gli altri.

In questa prospettiva, anche il vuoto assume un ruolo determinante. Le aperture che attraversano le sculture non interrompono la massa, ma ne definiscono la struttura interna. Pieni e vuoti partecipano a un medesimo equilibrio, che non è statico ma viene continuamente ridefinito. Ogni elemento supporta il successivo ed è, al contempo, sostenuto da esso, creando un sistema di tensioni in cui la stabilità è intrinsecamente legata alla relazione tra le parti. Questo principio si applica sia alla costruzione materiale delle opere sia alla riflessione concettuale che le anima, suggerendo che ogni forma esiste unicamente attraverso ciò che la connette ad altro.

Dialoghi Spaziali e l’Esperienza del Visitatore

Questa grammatica compositiva permea l’intera esposizione. I ‘Blockworks’ interagiscono con l’architettura della galleria, mentre gli ‘Slabworks’ sviluppano forme basate sull’equilibrio tra volumi distinti. Le figure in ferro, posizionate all’esterno, estendono la medesima ricerca al paesaggio circostante.

L’ambiente di ‘Innercity’ amplia questa riflessione a una scala differente: il cartone viene impiegato per costruire uno spazio attraversabile, dove il visitatore può sperimentare direttamente rapporti di prossimità, compressione e apertura. Anche in questo caso, il significato non risiede nei singoli elementi, ma nella rete di relazioni che si stabilisce tra le opere, l’architettura e il corpo di chi le attraversa. Le sculture, più che affermare una presenza, costruiscono condizioni di relazione. Ogni elemento rimanda a un altro, ogni vuoto attiva un nuovo equilibrio, rendendo visibile una forma che non si esaurisce nella materia ma si definisce attraverso ciò che la mette in tensione. È in questa dinamica di reciproco sostegno che interno ed esterno, corpo e architettura, esperienza individuale e dimensione collettiva trovano un terreno comune.

Il titolo della mostra, ‘What Holds Us’, estende ulteriormente questa riflessione. Non si riferisce soltanto a ciò che sostiene una struttura fisica, ma a ciò che rende possibile ogni condizione di esistenza. Senza ricorrere a narrazioni esplicite, Gormley affida questa domanda alla materia stessa, lasciando che peso, gravità, vuoto ed equilibrio suggeriscano come ogni presenza si costruisca attraverso relazioni di reciproco sostegno, sia sul piano fisico che su quello dell’esperienza. Il linguaggio di Gormley, pur mantenendo la sua riconoscibilità, continua a rinnovarsi attraverso la sottrazione. Le sue sculture rinunciano a ogni dettaglio descrittivo per concentrarsi sulle condizioni essenziali dell’abitare. Non chiedono di essere interpretate come immagini del corpo, ma come luoghi in cui materia, spazio e presenza trovano forma attraverso un equilibrio sempre aperto e mai acquisito in modo definitivo.

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