L’apparente: un’indagine sulla percezione
La CAR Gallery di Bologna ospita “L’apparente”, la seconda mostra personale di Alessandro Roma (Milano, 1977). L’esposizione, visitabile dall’11 giugno al 31 luglio 2026, si concentra sulla ricerca dell’artista nel campo della ceramica smaltata, un medium che per Roma diventa il terreno privilegiato per esplorare la dialettica tra pittura e scultura. Il titolo “L’apparente” suggerisce una riflessione filosofica sull’essenza del visibile, inteso non come un dato statico, ma come una soglia in continuo divenire, uno strato di realtà che si offre alla percezione pur mantenendo un elemento irriducibile allo sguardo. Le opere in mostra declinano questa intuizione attraverso un accumulo sensoriale piuttosto che un’enunciazione concettuale.
Le sculture della serie “Svelando”
Il nucleo centrale della mostra è costituito dalla serie “Svelando” (2026), un gruppo di sculture in ceramica smaltata. Queste opere riprendono e sviluppano la forma del vaso cilindrico, già presente nella produzione precedente dell’artista, portandola a un grado di complessità strutturale e cromatica più elevato. Tra le sculture, una imponente, alta cinquanta centimetri, presenta una superficie craquelé turchese, ripiegata in lembi dal profilo ondulato e sottolineata da venature dorate che ne percorrono i bordi. Un’altra scultura mostra un fusto blu cobalto, liscio e compatto nella parte inferiore, che si schiude verso l’alto in una corona di petali e foglie verde-giallo. Al suo interno, frammenti di materia rosa chiaro, assimilabili a pietre o semi, sembrano trattenuti dalla forma senza esserne prigionieri. Una terza opera, in tonalità pastello (crema, rosa pallido, verde celadon), con emergenze rosate ai bordi delle torsioni, evoca pressioni lente e continue, suggerendo una forma ancora in evoluzione. La quarta scultura, avvolta da intrichi fogliacei giallo-ocra, ricorda una colonna istoriata tardoantica, alleggerita di monumentalità e narrazione, suggerendo una colonizzazione vegetale che procede dall’esterno verso l’interno. Questa varietà di soluzioni formali suggerisce l’idea di un ecosistema, dove ogni opera è un’entità autonoma con un proprio regime cromatico e morfologico, capace di risuonare con le altre secondo affinità di matrice biologica.
Bassorilievi e la profondità della superficie
Le formelle policrome che scandiscono le pareti della galleria introducono la dimensione del bassorilievo, un campo intermedio tra la pittura e la scultura a tutto tondo. Qui, la profondità si misura in millimetri, ma produce effetti di stratificazione visiva complessi. In “Metamorfosi” (2024), la ceramica si estende oltre il perimetro dell’immagine disegnata a grafite e pastello su carta, creando una cornice ondulata e colorata che fonde l’opera con il suo bordo, suggerendo un lavoro senza limiti precisi. Particolarmente densa è la formella intitolata “Immersione” (2025), che presenta un intrico di steli, foglie e fiori a bassorilievo in una gamma di verdi, gialli e rossi bordeaux su un fondo verde acqua. In quest’opera, l’attitudine decorativa è assunta come strumento di indagine formale, annullando la gerarchia che tradizionalmente relega il decorativo a un rango subalterno. La composizione è fitta, con ogni centimetro della superficie occupato da forme sovrapposte e intrecciate, seguendo una logica di horror vacui intesa come pienezza di un sistema naturale. Altre formelle presentano un carattere più arcaico e materico, con superfici che richiamano la bronzistica antica o i rilievi precolombiani. “Dispiegarsi” (2025) è un esempio esplicito, con il suo fondo graffiato e compresso, i toni del bronzo ossidato e una figura semplificata che emerge per sottrazione di materia, evocando oggetti rituali di civiltà remote. “In-trasformazione” (2025) prende una direzione diversa, con una superficie blu-rossastra attraversata da forme organiche in rilievo e una grande farfalla-magnolia centrale, sospesa in una visione onirica, con un quarto di luna che introduce una dimensione temporale. “Essere visti” (2025) presenta un etereo fondo azzurro-lavanda che ospita una foresta di steli verticali con una texture striata, tra i quali si aprono fiori bianchi. Un nugolo di occhi-germogli distribuiti tra gli steli introduce una presenza vigile che inverte il rapporto tra osservatore e opera, trasformando la contemplazione in un’esperienza di reciprocità.
Il processo creativo e la materia
L’insieme dei lavori esposti suggerisce una convivenza tra forme eterogenee che condividono una comune origine processuale. Alessandro Roma non progetta i risultati in modo rigido, ma li accompagna, lasciando che le reazioni chimiche degli smalti, le imprevedibilità della cottura e le pressioni della modellazione manuale producano soluzioni che egli riconosce come valide nel momento in cui accadono. Questa fiducia nella materia costituisce la continuità più profonda tra la sua produzione pittorica (non rappresentata in questa mostra, ma protagonista di una recente esposizione alla Keiko Rochaix Gallery di Londra) e la ceramica. Per Roma, il processo non è mai preparatorio ma costitutivo, e ciò che appare sulla superficie dell’opera è il residuo visibile di una negoziazione tra intenzione e accadimento.
