Palazzo Collicola a Spoleto ospita la mostra personale di Adelaide Cioni, intitolata “Grande Assurdo”, curata da Saverio Verini. L’esposizione, visitabile dal 27 giugno 2026 al 10 gennaio 2027, presenta opere che interagiscono con l’architettura del palazzo, proponendo una nuova lettura degli spazi e delle loro relazioni.
La genesi di “Grande Assurdo”
L’idea per “Grande Assurdo” è nata da un dialogo tra Adelaide Cioni e il curatore Saverio Verini. Inizialmente, si era considerata l’opzione di adattare opere preesistenti agli spazi del Palazzo Collicola. Tuttavia, l’artista ha riconosciuto la necessità di creare lavori nuovi, specificamente pensati per l’occasione, data la sua concezione dell’arte fortemente legata al contesto spaziale. Nonostante avesse in passato percepito le sale del piano terra del palazzo come complesse per un’esposizione, questa si è rivelata un’opportunità di scoperta positiva, offrendo una libertà creativa non riscontrabile in altri ambienti del museo.
Il progetto espositivo ha preso forma durante una passeggiata su Monte Lupo, dove l’artista ha visualizzato l’intera mostra in un’ora e mezzo, in uno stato che ha descritto come quasi meditativo. La visione iniziale si è concretizzata quasi integralmente nell’allestimento finale. L’opportunità di realizzare la sua prima personale in un’istituzione pubblica italiana ha spinto Cioni a integrare nel progetto anche idee e bozzetti risalenti a diversi anni prima, come le sculture in gesso del 2017 e un progetto per due grandi braccia. Ha inoltre recuperato tecniche artistiche non utilizzate dagli anni dell’accademia, una scelta condivisa con il curatore.
Il legame con il territorio e le collaborazioni
La mostra non è solo pensata per Palazzo Collicola, ma si connette in modo più ampio alla città di Spoleto e al territorio umbro. Adelaide Cioni si è trasferita a Spoleto tre anni prima dell’esposizione, stabilendo un legame con la regione, che è stata fonte di ispirazione anche per figure come Giotto e Sol LeWitt. La preparazione di “Grande Assurdo” ha favorito collaborazioni inaspettate con la comunità locale.
Tra queste, spicca la partecipazione degli studenti di terzo anno del Liceo artistico, coinvolti nella creazione di alcune opere che richiedevano un notevole impegno manuale, come il rivestimento in stoffa di una stanza e la cucitura delle braccia. Questa collaborazione, promossa anche da Mahler & LeWitt Studios tramite Guy Robertson, ha creato una sorta di “bottega artistica” all’interno del palazzo. Altri artisti e professionisti del territorio hanno contribuito: Stefano Emili, i ragazzi del Carnevale di Sant’Eraclio per le strutture, e la casa di moda Fabiana Filippi per la fornitura dei tessuti. Anche un amico di origine russa ha offerto il suo aiuto.
Forme universali e il “non-senso” nell’arte
Nei lavori di Adelaide Cioni, si osserva un interesse per i motivi decorativi astratti che ricorrono in diverse culture e periodi storici. Forme come triangoli, cerchi, griglie e puntini, considerate oggi comuni, sono state impiegate dall’essere umano già 40.000 anni fa, suggerendo un bagaglio di segni universale e innato. L’artista ha citato i segni incisi sulle ossa trovate nella Grotta di Aurignac in Francia come esempio del motivo dei puntini, che le richiama anche il ritmo del suono, ipotizzando un’origine parallela di disegno e musica.
L’obiettivo di Cioni è creare opere che comunichino in modo diretto, senza necessità di mediazione, raggiungendo un pubblico eterogeneo. Le sue forme pure si offrono allo sguardo, invitando a una percezione senza giudizio e stimolando la riattivazione di memorie personali, creando connessioni soggettive. Il titolo “Grande Assurdo” richiama il teatro dell’assurdo del Novecento, ma l’artista ha spiegato che, pur partendo da un’apparente mancanza di senso, la mostra rivela una coerenza nascosta. L’assurdo, per Cioni, non è un’espressione di angoscia, ma un tentativo di ignorare la necessità di trovare un senso logico a tutto, riconoscendo la contraddizione come parte della natura umana.
La mostra è concepita come un percorso circolare, un “anello” con un’entrata e un’uscita definite. Sebbene inizialmente l’artista percepisse un “non-senso” che univa le opere, durante l’allestimento ha notato l’emergere di un disegno sensato. In particolare, l’ultima piccola opera nell’ultima stanza suggerisce una fine e la possibilità di un nuovo inizio, affiancata da una grande sfera fuorimisura che sottolinea la circolarità. Una delle possibili interpretazioni di questo percorso è quella della reincarnazione, un ciclo di vita in cui l’anima, giunta al termine, può ripartire per un nuovo ciclo. Tuttavia, questa è solo una delle molteplici letture possibili.
